la chimera azzurra- di Rainer Liberatore

Non so se tra roccie/ il tuo pallido viso m'apparve/ o sorriso di lontananze ignote.

lunedì, 05 maggio 2008

M'URGE: un racconto





Prosegue la nostra erranza lungo sentieri di bellezza, seguendo gli estri e una mappa del tutto personale.
Itinerari, i nostri, dalla forte valenza antropologica, ma anche un modo di interpretare il transito terrestre e il viaggio; un movimento continuo come umane falene attratte dalla riflessione luminosa, provocata dall'intelligenza degli avi, fattasi traccia edilizia.
Stavolta siamo stati ospiti del caro amico Marco Pugliese, nel laboratorio della pietra delle Murge ovvero l'incantevole Alberobello.
Avete mai dormito in un trullo?  Una esperienza davvero singolare; rimirare, da presso, questa mirabolante costruzione, realizzata a secco e quindi senza malta legante, applicando inconsapevoli principi di geometria e di sfida alle leggi di gravità, ci fa appartenere e condividere esperienze evoluzionistiche architettoniche.
In un trullo ci si sente darwiniani della pietra; come se si facesse propria una tappa (da protagonisti) del cammino dell'uomo, costruttore del suo habitat e non solo.
Come se la fatica ed il pensiero dei nostri progenitori gravasse su di noi rendendo, per comparazione, più leggero il nostro approccio a un mondo decisamente più abbordabile per quanto riguarda almeno la parte pratico-materiale.
Rivolgere lo sguardo verso la cupola "iglooica" della nostra camera è come esser dentro un grembo pietroso, "un'alma mater" che ci mostra e ci spiega la statica e la geometria "ab ovo".
Questi piccoli spazi conoidali e questa pietra ci erudiscono -noi umanisti poco algebrici- in un corso accellerato di  "Scienze delle costruzioni" o di "Analisi  matematica" e ci permettono un'anamnesi dello spazio abitativo.
Muratori alberobellesi con la "Quinta elementare" assemblatori provetti di leggi statiche interconnesse con quelle geometriche, han realizzato perfette linee curve e clima molto Lamè:(x÷a)º+(y÷b)º=1
che mi fa sentire compartecipe del teorema di Godel, mai compreso appieno, ma risaputamente importante ed esiziale.
Dormire in un trullo, per certo, matematizza i vostri sogni che si fan carichi di iperboli, di parabole, di ascisse ed assi eliotermici...
e tonifica la parte razionale della mente che si fa logico-matematica, precisa..
Un trullo è sforzo euclideo ed accademia della pietra affabulatrice; è assenza di contrasto e relativizzazione delle umane tensioni.
Questa morigeratezza spaziale conica è semplicità arzigogolata e grazia edificata senza pretenziosità e smancerie.
E che spettacolo, dalla piazza principale di Alberobello, vedere le schiere di trulli superstiti –perchè molti ne son stati abbattuti, purtroppo- dell'aia piccola e del rione monti in gruppo numeroso, farsi fotografare pazienti e simmetricamente bendisposti.
Ma la nostra vacanza nelle Murge baresi prevede anche escursioni nella rosso-sangue e fertile campagna.
Ed è cosi che ci siamo avviati per tratturi custodi di fiumi carsici ed acquedotti, ed imbattuti in rare piante di carrubo, in boschi di lecci in lontananza , in bellissimi asfodeli, ulivi secolari , orchidee  a millanta, e abbiamo avuto incontri ravvicinati con la maestosità verde e sacrale della "Quercia Fragno" , carica di una energia incommensurabile.
Rigogliosa natura, armoniosamente delimitata ed incasellata dai muretti a secco che rappresentano il sigillo umano su questo spicchio di eden pugliese.
Edilizia per edilizia, come perdere i vicini e intriganti "Sassi di Matera".
Vento, pioggia, freddo han fatto diventare una "Via crucis" il nostro periplo dei sassi .Questo paesaggio, evidentemente così biblico e cariatide della sofferenza umana, ci ha reso la pariglia a noi turistelli  goderecci: una specie di nemesi da parte di chi qui dimorava, in vani scavati nella roccia e si scaldava con l'alito dell'asino, amico e coadiutore umano giornaliero.
Nonostante l'inverno fuori stagione, una vera emozione coglie  e permane alla vista dei Sassi che resta ricordo indelebile di un tempo che fu.
E sia benedetta la Madonna di Idris , incredibile rupestre chiesa che ci ha donato riparo e ci ha scaldati e ridato colore con le sue pitture murali realizzate nelle viscere della montagna!
E  si va verso il sole levantino: Bari vecchia ci aspetta con le sue case addossate l'una all'altra come a farsi forza e a imbastire un dedalo, labirintico ed inestricabile.
Ma l'intricata matassa di cemento si dipana e ci appare, chiara maestosa e al sapor di salsedine, la cattedrale di San Nicola.
Oggi inizia la festa del patrono e si partecipa ad una delle più incredibili processioni per i meandri della casbah barese insieme a migliaia di fedeli oranti al suon della banda: seguono
pii la statua del santo che, un abile serpeggiamento dei portatori, rende  artatamente benedicente senza soluzione di continuità.
Un grazie a San Nicola,  a Marco, Mimmo ed Erminia, Cosimo e Teresa, ad Angelo e MariaTeresa , Pasquale Rosa  Vita ed Angelo, Vito e Costanza, Nino e Donatella genuini, gentili
e cari amici pugliesi.
Un arrivederci ai trulli, ai sassi e alla straordinaria flora tutta!



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categorie: arte
mercoledì, 23 aprile 2008

ferRARA

Come raccontare una straordinaria giornata da flâneur trascorsa a Ferrara e provare a renderne soltanto l'idea? Il programma era di andare alla mostra di Mirò, ma la calamita del centro storico ci ha offerto un prologo fantastico e surreale- ecco perchè forse Mirò è esposto in questa città- un affascinante itinerario tra vichi medioevali, biciclette d'antan, paesaggi poetici e pietre parlanti trasudanti storia e storie d'arcani racconti e esse sibilanti traslitterate in zeta.Ci accoglie un accigliato e indigeno Savonarola che dà le curve spalle eretiche al castello estense, baluardo forte eppur elegante... Изображение 2561
eppoi l'epifania abbagliante della cattedrale , un centauro di marmo  bianco-rosa mezzo romanico e mezzo gotico..San Giorgio che sconfigge il drago nella lunetta e sirene, leoni, grifoni, chimere ci ricordano un baltrusaitisico "medioevo fantastico"   ricco di enigmi. Ma che cattedrale l'è codesta con un atrio che sembra il foyer di un teatro e le luci penzolanti dal soffitto della navata centrale che ancorpiù ricordano un' illuminazione da palcoscenico? Che spettacolo! Изображение 2554E ci si avvia per l'esoterica, immaginifica e suggestiva  "via delle volte" e sembra di avvertir il respiro dell'ippogrifo ariosteo tra gli archi silenti...Ebbene sì, anche Ludovico Ariosto è figlio di questa città deliziosa. Lo sapevate che le Delizie erano i luoghi di svago e di feste della corte estense? e che qui,a Ferrara, c'è un palazzo che si chiama Schifanoia che deve il nome proprio all'arte di schivar la noia? Che corte quella degli estensi!! In giro ho visto tracce di Jacopo della Quercia, di Leon Battista Alberti, del Mantegna e di Garofalo di cui vi parlerò più avanti. Qui,in queste stradine in curva, memori di rinascimenti fruttuosi, ho intravisto" le donne, i cavalieri, l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese che qualcuno cantò". Che bella e intrigante che è Ferrara! Opere d'arte a sfare, una grazia urbanistica unica ed edifici sfarzosi ed uno più signorile dell'altro..Изображение 2455Ma ci aspetta il nostro, il palazzo  dei Diamanti- forse il più elegante ed originale - dove si tiene la mostra: "Mirò:la terra". "I diamanti sono le bugne di pietra scolpite a punta, e sono il simbolo della luce: per la loro forma ricevono la luce del sole in ogni ora del giorno creando ombre mutevoli sulla facciata che quindi in ogni momento appare diversa"... e dopo il mediovevo fantastico ci attende l'astratto, la libertà immaginativa, i segni lievi e lirici, i toni irreali, i paesaggi fiabeschi  e metaforici e la carica enigmatica delle tele di Mirò che trasudano amore per l'ambiente rurale della sua Catalogna. Che spettacolo pittorico! Figure, uccelli, archetipi femminili, il nucleo semantico della terra e allegorie d'ogni tipo ci regala il nostro Joan.Ho gradito le acqueforti dedicate al Cantico delle creature, ma il lavoro che mi ha impressionato maggiormente è stato "Toile brulee" del 1973 e non so dirvi perchè. Come Ferrara ha innovato il concetto urbanistico di città, così Mirò  ha superato i limiti imposti dalla pittura tradizionale.Tra una riflessione elucubrativa e l'altra, si torna al castello estense per l'ultimo appuntamento della già ricca giornata: la mostra di Benvenuto Tisi da Garofalo, pittore emerito del 500 estense. Ebbene qui un sano e sacro realismo ci accoglie. Stupende tele  molto moderne e per nulla  datate ci rilucono davanti. Madonne, putti e santi per una produzione notevolmente vicina alla sensibilità raffaellita. Ho adorato, tra le tante, la "Vocazione di S. Pietro" sorta di iperrealismo lacustre.
L'occhio oggi ha avuto la sua estesa parte, ora tocca al palato.Cappellacci alle zucche, bignolata estense, polenta e piadina ci danno la conferma che anche la cucina qui è arte. Che goduria ragazzi! è proprio vero che il nome nasconde un presagio.  Questa città  custodisce in se la sua specialità: ferRARA.
Qualcuno di voi non vi è mai stato?C'è sempre tempo per rimediare!
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venerdì, 18 aprile 2008

Giovanni Sollima,17 Aprile,Teatro Verdi,Firenze

Giovanni_SollimaIeri sera, al teatro Verdi di Firenze, ho assistito ad un concerto adrenalitico e tsunamico .
Uno strepitoso Giovanni Sollima ha deliziato la platea  con il suo violoncello border-line, spaziando dal barocco al rock, dal settecento al post--moderno. Accompagnato dall'Orchestra della Toscana, Sollima ha dato l'idea di una fusione orgasmica col suo strumento strattonato, titillato e percosso con calcolata e metronomica violenza come un amante ebbro di desiderio sonoro. Una forza della natura musicale è il nostro violoncellista hendrixiano, un dionisiaco settenotistico dotato di un virtuosismo unico e un talento geniale.
Erano anni che non mi entusiasmavo e non venivo risucchiato da un ciclone sonoro di tale entità, da una cavata così nevrotica, pungente e coinvolgente.
Sollima è un musicista straordinario oltrechè teatrale e circense . I suoi borborigmi vocali simil glenngouldiani e la sua continua tensione muscolare, lo rendono un performer quasi da palestra musicale, un vero punk classico.
Grande Giovanni e non perdertelo, per nessun motivo, se transita dalle vostre parti. Passare dalla grazia educata di Boccherini al tellurico ritmo di "Polly" dei Nirvana e assistere e ascoltare la mescita sonora tra passato e presente è una esperienza che segnerà anche voi, ne sono certo.
Meritatissime le ovazioni finali degne più di una rock-star e di una arena musicalmente profana che di un teatro e di un concertista accademico.
Una serata indimenticabile!!!
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categorie: musica
domenica, 13 aprile 2008

Abruzzo mihi patria est..fotocronaca di una vacanza


Изображение 2433
Di ritorno da un breve viaggio in Abruzzo, affido  alle immagini il racconto di una terra carica di tradizioni e di bellezza pudica e silente. Scanno, Villalago, Sulmona, L'Aquila e Pescara ci hanno accolto regalandoci calore e stupori.

Scanno
SCANNO: "Le case nelle stradine scoscese, gli  archi  che si  distendono  attraverso  i  misteriosi vicoli,  i  balconi  sotto  le  gronde  aggettanti  sono  tetri,  senza  sole  e  tristi,  a  meno che  ivi  un  pezzo  verde  di  montagna  non   risplenda  alla  fine  della  strada. "  Anne Macdonell  Sulmona  Scanno e la valle del sagittario in una cronaca di viaggio nell'anno 1907.
Vista da Villalago"Vista dal pendìo della montagna opposta  o  dalla  strada  maestra di  sotto,  VILLALAGO ha un'incredibile bellezza: su di una rupe stagliata a strapiombo sull'abisso essa sorge come una  fiamma."
Anne Macdonell  Sulmona  Scanno e la valle del sagittario in una cronaca di viaggio nell'anno 1907.














escher_castrovalvaSul versante destro delle gole del Sagittario e sul crinale del Monte Sant'Angelo svetta l'antico borgo fortificato di  CASTROVALVA  a  pochi  km  da  Scanno. Qui Escher preparò schizzi per una delle sue migliori litografie  di paesaggio (Castrovalva, 1929) - una composizione nella quale il paesaggio ci appare lontano e sconfinato.




la valle PelignaOvidio - Amores - Liber Ii - 16   

Pars me Sulmo tenet Paeligni tertia ruris
parva, sed inriguis ora salubris aquis.
sol licet admoto tellurem sidere findat,
et micet Icarii stella proterva canis,
arva pererrantur PAELIGNA liquentibus undis,
et viret in tenero fertilis herba solo.
terra ferax Cereris multoque feracior uvis;
dat quoque baciferam Pallada rarus ager;
perque resurgentes rivis labentibus herbas
gramineus madidam caespes obumbrat humum.



ACQUEDOTTO ROMANO-Sulmona





"La città di  è SULMONA è posta su di una piccola altura sulla valle, in mezzo a frutteri e vigneti, un posto all'antica di  fascino discreto e senza pretese che ha nell'aria qualcosa di claustrale e di aristocratico." Anne Macdonell  Sulmona  Scanno e la valle del sagittario in una cronaca di viaggio nell'anno 1907.








Изображение 2513Desidero salutare suor Roberta delle sorelle minori di Maria Immacolata che, nel palazzo vescovile di Sulmona, si è intrattenuta con noi replicando con pazienza alle provocazioni verbali atte  a verificare la forza e la profondità della sua vocazione e fede....
I mitici confetti  di SulmonaProdotti dal  1783: I mitici ed imperdibili confetti di Sulmona






Изображение 2518Immancabile assaggiare la "Coppa del Vate" da Berardo a PESCARA:parrozzo, aurum, nocciole tritate, zabaione e panna per un gelato  che sa di poesia...



La porta santa-S Bernardino-Aq


 





Che peccato che la facciata della chiesa di Collemaggio a L'AQUILA è in fase di restauro e  impossibile da vedere. Ma avvicinarsi alla laterale PORTA SANTA, dona consolazione e indulgenza plenaria...sicchè!!!!


gorianosicoliLa prima litografia che Escher compose, durante uno dei suoi numerosi viaggi in Italia e in Abruzzo, fu "Veduta di Goriano Sicoli" del 1929. Goriano è un bel paese che si trova nel Parco del Sirente, a pochi chilometri da Sulmona.Ed  è questo l'ultimo borgo intravisto da un finestrino di un treno di ritorno..l'apogeo visivo di una breve e fruttuosa vacanza







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sabato, 15 marzo 2008

Francesco Furini, Un'altra bellezza, palazzo Pitti Firenze

furini3Al museo degli Argenti a Palazzo Pitti è in corso, fino al 27 aprile, la mostra: "Un'altra bellezza" di Francesco Furini (1603-1646).  
L'incarnato latteo e luminoso, reso con l'uso dei lapislazzuli, e candidi seni destri scoperti, emergono da ombre avvolgenti di tele scure e tenebrose, che ci mostrano donne sempre di profilo, languidamente atteggiate, con chignon e nastrino rosso sui capelli, e uomini dormienti o di spalle, con sguardi assenti o straniti.
Una pittura, quella del Furini, quasi femminea o dalla parte delle donne con le sue perfette sagome muliebri di raffinata e lirica sensualità, da far sorgere dubbi sull'attribuzione di qualche dipinto assegnato, in prima istanza ed  erroneamente, alla Artemisia Gentileschi, regina del gentilsesso pittorico.
Movimento, ritmo, continuità e densità, chiare intonazioni naturalistiche d'alta civiltà figurativa, caratterizzano una straordinaria raccolta di lavori che rievocano miti ed episodi biblici (partendo dall'"Aurora e Cefalo" ovidiani, a "Giuditta ed Oloferne", passando per "Aci e Galatea" fino a  "Venere che piange la morte di Adone" per arrivare a "Ila e le ninfe").
La pittura, nel '600, veniva definita"la poesia muta" e Francesco Furini ne celebra il matrimonio con il cartiglio  "Concordi lumine maior" fatto emergere, a bella posta, da una di queste tele che rappresentano il fasto di allegorie celebrative con rese teatrali e sontuosi dettagli.
Abbondano purpuree vestaglie, cappelli piumati, stoffe lucenti e suppellettili preziose, tra i primi nudi in assoluto nel settore pittorico caratterizzati da garbate flessuosità, da silhouette palpitanti, da corpi vivi e vitali e un sapiente uso dello sfumato da dar per certa, nel nostro, la conoscenza della tecnica e dell'arte leonardesca.
Conturbante, raffinato e reiterato l'uso delle trasparenze in tenere sfumature cromatiche, da farle apparire quasi una vanità dell'artista o una sorta di manierismo.
Emergono invece, nel settore diciamo cosi religioso della sua produzione (Furini abbandonò il bel mondo fiorentino per farsi prete) nella sacralità delle sue Maddalene e Santelucie, da sempre centrali nella iconografia cattolica, echi e rimembranze di Tiziano, di Andrea del Sarto. Figure timorate di Dio ispirate e condizionate dall'imperante spirito della controriforma: pentimento, espiazione, occhi imploranti rivolti al cielo, nell'intimità d'evidente tristezza ed amarezza. Siamo al cospetto di una pittura delicata ed intellettuale: fascinosa in "Ila e le ninfe" tripudio della nudità e della bellezza, col giovinetto Ila rapito dalle najadi che stanno facendo il bagno in una stagno, secondo il racconto di Apollonio Rodio... intrigante, morbida e flessuosa nelle "Tre grazie" esposto per la prima volta in Italia, proveniente dall'Hermitage di  S.Pietroburgo...   densa, monocroma e dalla resa vibrante in "Lot e le figlie" storia di alcolico incesto foriero di turbamento disturbante . Gran bella pittura, anche se trascurata e in ombra questa del Furini, famoso al suo tempo e a livello del massimo dell'epoca,  il mitico Guido Reni.
Se transitate da Firenze, non perdetevi le emozioni e i palpiti che possono offrirvi questa sessantina tra dipinti e disegni raccolti nella mostra intitolata:"Un'altra bellezza".
Putti, giovani eroi, ninfe, najadi ed estatiche mistiche vi aspettano per mostrarvi questa bellezza altra, intrisa di lucori di carni nude, di suggestioni caravaggesche, leonardesche e rinascimentali, per nulla minori nè trascurabili, di questo artista di spicco nella Firenze granducale di  Cosimo II.

Fulgide e mirabolanti rappresentazioni classiche vi regaleranno una botta di bellezza, seppur altra, che non può non far bene e tonificare.
Parola di Rainerfurini1
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martedì, 04 marzo 2008

Amelie Nothomb, Nè di Eva nè di Adamo, Voland editore

AMELIE NContinuo, con piacere, a rendervi partecipi delle mie cerebrali passeggiate zingarando tra viottoli di carta improvvisamente imboccati e sentieri più battuti e risaputi dei boschi della letteratura post-moderna. Questa settimana ho respirato e sensualmente accarezzato il papiro dell'ultimo lavoro di Amelie Nothomb, "genius loci" nippobelga della pagina scritta, conosciuta e acclamata da piu' di un decennio ormai. Quasimodiane "sillabe d'ombre e foglie" le sue, a comporre questo: "Nè di Eva nè di Adamo" Voland editore,  autobiografica narrazione farcita di frammenti deliziosi di un discorso amoroso vissuto e raccontato, sorta di elaborazione d'una infatuazione reale e recente della scrittrice, quasi un blog postdatato o una mappa di luoghi topici dell'amore, empirica e vera educazione sentimentale Si può trovare un ragazzo di buona famiglia, educato, premuroso, ricco di attenzioni, sensibile e ben gentile e nonostante ciò fuggire alla sua richiesta di matrimonio? Per la bizzarra ed  estrosa Amelie Nothomb tutto è possibile e realizzerà, imprevedibilmente, una perfetta eutanasia del suo amore, ripartendo improvvisamente per Bruxelles...lasciando, per sempre, Tokio e il  nippofidanzato Rinri . Amelie cercava in lui semplicemente diletto o "Koi" come  viene chiamato  dai giapponesi un amore  leggero e spensierato; Rinri voleva perdersi invece nel grande amore romantico della tradizione occidentale che desidera e pretende amore classico benedetto e consacrato dal matrimonio.
Due diversi abiti mentali o "forme mentis" che viaggiano parallele e mai potranno incontrarsi. Si chiede la scrittrice belga a pagina 50 - " Capita mai che siamo attratti da persone che ci creano diletto? Impensabile.Ci si innamora di persone che non si sopportano, di persone che rappresentano un pericolo insostenibile.Schopenhauer vede nell'amore un trucco dell'istinto di procreazione: non riesco a spiegare l'orrore di questa teoria.Nell'amore, io vedo un trucco del mio istinto per non assassinare l'altro: quando sento il bisogno di uccidere una determinata persona, un meccanismo  misterioso- un riflesso immunitario?una fantasia di  innocenza?la paura di finire in galera?fa sì che io mi cristallizzi intorno a quella persona.Ed è per questo che a quanto ne so non ho ancora omicidi al mio attivo"...
Un libro magnetico , come al solito, questo della Nothomb che, tra le pieghe della sua "laison amoureuse", ci disvela altri aspetti di un Giappone carico di misteri, di esoterismo e di fascino levantino; un mondo esotico quello del sol levante, pregno di codici culturali e sentimentali affatto diversi dai nostri. Straordinarie le pagine che raccontano l'ascensione del  Fuji, monte sacro per antonomasia dei nipponici, che ci mostrano e disvelano capacità atletiche insperate nella scrittrice belga.Ma ancora piu' incredibile è l'arrampicata, in solitaria, della  Komotori Yama la montagna "della  Nuvola e dell'Uccello". 
Qui, in un misto di" Orrore ed  Estasi", Amelie compie un'impresa priva di testimoni e che sa molto di edulcorato e di fantasia iperattiva  e galoppante, a scapito della verità. Fortemente dionisiaca, la Nothomb si lascia leggere, perchè sa scrivere. Tutto per lei diventa un pretesto per nutrire il narcisismo letterario che la abita..anche il suo Rinri d'oriente si trasforma in un artificio e uno stimolo per farla raccontare e dare alle stampe questo ennesimo libro pieno di strade poco battute dalle persone ordinarie come nella " Mauvaise Reputation-la cattiva reputazione" di Brassens, canzone evocata a pag 121-" No, alla gente per bene non piace che/ uno segua una strada diversa dalla loro.."
Io che poco appartengo a questa educata schiera, godo con le follie della Nothomb, con la sua pirotecnica e fantasmagorica scrittura. Amelie fugge da Rinri , dall'amore, dal matrimonio.Dopo cinque anni rivede il suo ex  fidanzato; lui si avvicina e tra le varie ipotesi  possibili e plausibili di un incontro tra ex amanti , le concede a sorpresa, l'abbraccio fraterno del samurai????  Lei trova tanto piu' bello e nobile questo misterioso contatto, di una stupida storia d'amore. Criptica, esoterica , bislacca,strampalata e degna conclusione di una storia di una originale scrittrice, unica e afflitta da cattiva reputazione-mauvaise reputation-...per l'appunto..ed è per questo che mi piace!
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sabato, 16 febbraio 2008

La solitudine dei numeri primi. Paolo Giordano, Mondadori editore, 18 euro

paolo giordanoVedere in epigrafe una citazione di Gèrard De Nerval tratta da Sylvie, uno dei miei racconti preferiti di uno scrittore che per me, è un dio della letteratura, mi ha già regalato un segno di appartenenza...eppoi la sovraccoperta con una foto tratta da deviantart , sito scoperto per merito di una blogger splinderiana (arciduchessa) che vi è affiliata, è stato un secondo segnale fausto. Certo che il nome, Paolo Giordano, non mi diceva nulla- un vero e proprio carneade; ma io, è risaputo, adoro gli outsider. Forse soprattutto la sua giovane età- 26-anni-mi lasciava, da ultimo, qualche sostanziosa perplessità. Ho voluto premiare il mio fiuto e ho comprato  "La solitudine dei numeri primi" edito da Mondadori; un titolo così azzeccato è bello, da risultare foriero di meraviglie. Ebbene, superata la porta stretta del primo capitolo dominato da una crudezza efferata e da pagine che prendono lo stomaco piu' che la testa, mi si è aperto il vasto orizzonte di una storia calamitosa lunga 304 pagine che ho divorato in poche ore. In una Torino tratteggiata appena col carboncino, Mattia ed Alice, avanzano paralleli con il loro carico di eventi nefasti, 
e con il fardello della loro palese anaffettività che segna le loro esistenze. Due personaggi caratterizzati da deficit d'amore, da algebriche sottrazioni, da essenza da numeri primi perfetti e soli, e una scrittura, questa di Giordano, ricca di ridondante e fantasmagorico gioco metaforico e di una precisione bisturica nell'analizzare profondità nascoste d'ogni piega dell'anima da provocare stupori continui e quasi frustrazione da invidia, per la sua palese bravura ed arte letteraria già così consolidata, seppur sì giovane. 

 " Il peso delle conseguenze era sempre lì, come uno sconosciuto che le dormiva addosso"...
"Mattia  si stupì di avere ancora un  istinto, sepolto sotto la rete spessa di pensieri e astrazioni che si era tessuto intorno".."..e sciacquava via il pensiero di Mattia, come il mare di sera, quando si riprende la spiaggia".
Non potevo esimermi da un breve florilegio che potrebbe protrarsi lungamente perchè le pagine di questo giovane autore trasudano invenzione e bellezza continua. E quando alla terzultima pagina risuonano le parole e le note di Damien Rice" oh coz nothing is lost, it's just  frozen in frost"  ho capito a cosa la scrittura di Paolo Giordano mi fa pensare: all'algido che scalda, alla potenza evocativa lasciata sottototraccia e sussurrata, all'amarognolo che tonifica, al grande celato in una piccola struttura, al dolente ammaliante, al chiaroscuro rarefatto proprio come la voce del songwriter irlandese. Un romanzo, cari amici, che vi raccomando vivamente.Un verde talento sabaudo si aggira per le librerie italiane: volete farvelo sfuggire?
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mercoledì, 13 febbraio 2008

Al professor Kugelmass ed a Palmarola a proposito del film

intothewildCaro professor Kugelmass, è sempre un piacere leggere le sue acute, sensate e stimolanti riflessioni. Sono d'accordo sul fatto che la storia di Timoty Treadwell, raccontata in immagini da quel pazzo di Werner Herzog, è più cruda e forte di quella di Christopher McCandless filmata da Sean Penn.Troppo diversi i personaggi e le motivazioni di partenza al loro approccio, diciamo così, verde. Il primo ecologista convinto, l'altro più in fuga da sè stesso e dai suoi gangli interiori. Madre natura, per solito benigna, talvolta fa pagare alti dazi a risoluzioni estreme, come è accaduto ai nostri personaggi. Personalmente adoro idealismo e scelte radicali, il donchisciottismo perdente, eppur fascinoso...ma non si puo' ignorare che la natura, spesso, può rivelarsi  fatale e ciò va previsto e considerato. Vedere però, il giovane McCandless, morire nirvanicamente rimirando il cielo quasi sorridendo, fa riflettere. Si può vivere cent'anni tra giungle di cemento e orpelli tecnologici  post-moderni e non avere la stessa serenita' di Supertramp. Treadwell ha vissuto per le sue creature che gli han donato sia un senso esistenziale, che la morte.

Epicuro sosteneva che non bisogna far violenza alla natura, ma persuaderla. Questo esercizio mal si concilia con le scelte estreme dei nostri due protagonisti..Persuadere un orso o un' erba velenosa è chimerico desiderio e poco piu'.. Rispettare e vivere in simbiosi con la natura non può e non deve essere, però, solo una sterile litania parolaia o propositi di una politica sempre piu' demagogica; servono esempi come quelli dei nostri due film, seppur romanticamente velleitari. Condivido, da ultimo, la tesi di Palmarola a proposito della difesa del nostro mondo in estinzione e decadente. Vedo, in tutta onestà, poco dialogo tra l'uomo in generale e la natura. Mi spiego meglio: tra un italiano e un americano non noto grandi differenze comportamentali rispetto a questo tema specifico: la follia distruttrice ha contagiato tutti e in ogni latitudine.Lo scempio del nostro pianeta, purtroppo, prosegue indefesso e con la collaborazione d'ogni umano, yankee e non...

" La natura ha delle perfezioni per mostrare  che è l'immagine di Dio, e dei difetti per mostrare che ne è soltanto l'immagine". Pascal, I pensiericold smallie: l
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lunedì, 11 febbraio 2008

A proposito di Caos Calmo....

caos calmoUn Moretti-Godot  con una spruzzatina di Forrestgumpismo naïf, srotola la sua intricata matassa ossimorica di un caos calmo interiore, su una panchina in un parco, davanti l'istituto scolastico dove la figlia va a lezione. Questa sarà la verde sede dell'elaborazione del lutto per la perdita improvvisa della moglie. Mentre la bimba studia l'arte del palindromo e le situazioni reversibili e irreversibili, il babbo si concede una pausa  esistenziale che, a volte, è esiziale per dar valore e senso a vite risucchiate da vortici  di inconsapevolezze consapevoli -il lavoro, la carriera, il cursus honorum. Con la  scusa di star vicino alla figlia, Nanni alias Pietro Paladini, riscopre il gusto dell'incontro, la riappropriazione del proprio tempo biologico, e il dipanarsi di pensieri a ruota libera.Tratto dal romanzo di Veronesi -vincitore dello Strega ultimo-diretto da Grimaldi- questo Caos-calmo è un film che stimola la riflessione e la meditazione sulle nostre vite troppo spesso irrazionali e prese in centrifughe di efficientismi disumani. Ma rientrare nell'alveo antropoLogico spesso denota per gli altri, stranamente, un disturbo o una devianza psicologica. Così il protagonista si trasforma lentamente in un povero vedovo che, forse, ha perso la testa e il lume della ragione. Sarà la figlia, diventata zimbello dei compagni di scuola per colpa del singolare genitore, a stabilire la reversibilità della situazione e a pregare il babbo di tornare alla vita di sempre e quindi regolare. Una pellicola dalla forte valenza analitica: una ferrosa panchina si fa simbolo e va a surrogare il lettino del terapeuta. Gran bei personaggi di contorno interprepati da A. Gassman, V. Golino,I. Ferrari, S. Orlando e un cameo epifanico di Roman Polanski come ciliegina sulla torta recitativa. I Radiohead con "Pyramid Song" e un inedito di Ivano Fossati lo spartito e il controcanto musicale, per nulla casuale. Un bel film che Rainer consiglia a tutti e in particolare a chi adora il cinema che fa riflettere e pensare e aborre quello che vien realizzato solo per distrarre e svagare.
postato da poetarainer alle ore 17:08 | link | commenti (6)
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giovedì, 31 gennaio 2008

Due diversi modi di vedere ed elaborare lo stesso film:Couscous di Abdel Kechiche

Un film speciale dal cibo particolare....ovvero le impressioni di Oleksandra. Couscous: sia il titolo della pellicola, sia la denominazione del "piatto", danno l'idea di qualcosa di molto specifico ed esotico. Partendo dalla mia madre lingua che ha le radice slave, dall'etimo  della parola "couscous" si può arrivare ad  un altro significato. Mi spiego: "cousati" nel mio idioma, vuol dire "assaggiare", "provare" , "cominciare ma non finire", esattamente ciò che fa il protagonista del film. A priori, ha tutto per riuscire: la barca per realizzare il ristorante, l'amore dei suoi cari, tanti parenti e svariati amici per aiutarlo, il couscous già pronto, però...Incapacità di vivere, inettitudine quasi sveviana di andare avanti, la rottura interiore che impedisce il successo... niente da fare! Nessun accadimento esterno, alcun sostengo esteriore son capaci di cambiar il destino di quest'uomo inetto interiormente. Il disincanto e il senso immanente di sconfitta del protagonista ,riportano ad attitudini antropologiche-culturali di immigrati votati al ruolo di vittime sacrificali del sistema ed  impossibilitati quasi per "forma mentis", a centrare obiettivi concreti. Nelle banlieue si è sconfitti a prescindere; i forti ed i vincenti sono estranei miraggi. L'eroe di oggi è disposto e  preparato solo ad assaggiare "cousati" e non a mangiare con piacere. Ma non è lo stesso paradigma della fine dell' ottocento e dell'inizio del novecento: P.Verlaine, A.Rimbaud, la poesia russa dell'epoca d'argento. Tutto torna! L'insuccesso si legge negli occhi di Beiji dalla prima sua apparizione, però la disfatta, in questo caso, non significa disperazione, ma piuttosto rassegnazione silenziosa tipica della saggezza orientale e  comprensione giusta dell'essenza della vita e del proprio karma. 





leone d oro



Adoro i film che praticano e coltivano la poesia e poco la mira degli incassi, roba da circuiti d'essai, per intenderci. Un lavoro davvero gradevole questo "Couscous.", "La Graine et le Mulet", in originale. Un racconto in immagini pieno di aromi, spezie, sapori e musiche arabo-francesi. Nei silenzi estesi di Beiji, il protagonista, si celano grandi dubbi ed interrogazioni esistenziali; nel suo sguardo sempre basso, uno straniamento che appartiene piu' a una geografia dell'anima che a una realtà di immigrazione. I ritmi della pellicola seguono la scansione temporale vera; i tempi narrativi imposti da regole cinematografiche qui non attecchiscono. Ci si attarda, a lungo, sulla danza del ventre della figliastra di Beiji, mentre il couscous non arriva piu' e quasi ci si dimentica che è il senso stesso e la chiave o il pretesto del film. Dilatazione e rarefazione segnano differenze sostanziali con l'atmosfera frenetica e nevrotica del " produttivismo" imperante anche nel settore della"settima arte". Contano le fasi biologiche e la biochimica naturale, sembra l'epifonema inconscio di questo "movie". Tutti corrono per far soldi e monetizzare le occupazioni e gli impieghi, ma Beiji va lento anche nel tentativo di recuperare il suo motorino rubato da tre ragazzotti di periferia. Abdel Kechiche, regista emergente, con questo lavoro dedicato a suo padre, ha centrato l'obiettivo di coniugare il racconto di un quotidiano verosimile, con l'ausilio e la grazia di belle facce e personaggi per nulla artefatti. Quando il racconto del semplice, non diventa banale e stereotipato, non si può che goderne. Rainer vi consiglia caldamente questo "CousCous" dal sapore neorelista di formazione franco-tunisino, in programmazione in questi giorni, nelle nostre sale.
postato da poetarainer alle ore 14:35 | link | commenti (12)
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