Сaro sindaco, innanzitutto felicitazioni vivissime per il suo fresco insediamento sulla poltrona di primo cittadino. Sono un suo elettore e auspico e spero che, col suo avvento, si respiri e si avverta un vero cambiamento in città e mi attendo un impulso nuovo in questa nostra Firenze bellissima, ma affetta, ahimè, da mali, crepe e virus caratteristici di questi tempi aridi e grami. Non l’avrei mai importunata; ma come sosteneva Giovenale “Facit indignatio versum” è l’indignazione che ci fa parlare e scrivere. Sono arrabbiato come umano e come cittadino e ci tengo a raccontarle la storia accaduta alla mia famiglia perchè è un segno dei tempi e la spia di un degrado urbano inarrestabile. Siamo proprietari (io e mia moglie) di un piccolo appartamento in un condominio a Firenze. Tutta la nostra idea di bellezza vi era racchiusa: migliaia di libri, tele di autori vari, dischi in vinile e cd, chitarre di pregio ed icone russe. Ebbene, tutto ciò è stato, in un attimo, vanificato dall’azione di uomini quantomeno, per non alludere ad altro, privi di tatto ed educazione al vivere sociale. Un sisma umano si è abbattuto ed ha distrutto il nostro habitat. Siamo partiti per le ferie estive tranquilli ed ignari – non c’erano ponteggi nè dichiarazione di inizio attività – ed, al ritorno, abbiamo trovato uno scempio realizzato da chi lavorava nell’appartamento sovrastante il nostro. Pur avendo la nuova proprietà richiesto ed ottenuto una D.I.A il 27.04.2009 (l'abbiamo trovato affissa sul portone d’ingresso dello stabile al nostro rientro e non menziona la suddivisione di questo quartiere in due unità abitative come di fatto sta avvenendo) nessuno ci ha mai cercato prima di iniziare i lavori. Avrebbero, nel caso e con buonsenso, valutato ciò che c’era da fare (evitando danni) alla luce del fatto che il nostro soffitto è realizzato con travi a vista. E invece, approfittando della nostra assenza e come ladri nella notte, hanno devastato il nostro alloggio riempiendolo di calcinacci e polvere precipitati dal solaio comune. In pochi giorni hanno creato la nuova gettata su travicelli vecchi e consunti che, evidentemente, dovevano essere sostituiti trattandosi di un lavoro ex-novo. Fosse stata la loro futura dimora e non un quartiere destinato ad essere ristrutturato, suddiviso in due e venduto ad altri acquirenti (come ci ha riferito il signor Capra Paolo proprietario attuale e come ci ha confermato l’agenzia che si occupa della vendita-Italiana Immobiliare p.zza S. Iacopino) avrebbero agito sicuramente in un altro modo e con più cautela e attenzione. I vigili del fuoco, durante un sopralluogo, hanno solo preso atto dell’inagibilità del nostro appartamento. Abbiamo telefonato, per un intervento o una perizia, ai vigili urbani – sez. Urbanistica – (gentili telefonicamente, ma nessuno si è fatto ancora vedere) e, da ultimo, “obtorto collo” s’è dato mandato ad un legale per la tutela giudiziaria ed il risarcimento del danno. Ma qualcosa in questa vicenda, al di là della nostra triste esperienza personale, non torna. Qui c’è gente che gioca a Monopoli comprando e vendendo in pochi giorni e su rogiti appena depositati e con D.I.A. poco trasparenti, lucrando sulle spalle degli altri ed effettuando lavori veloci, privi di senno, ponderatezza e qualità. Il proprietario, Capra Paolo, è sempre a chiedere lumi ad altri telefonicamente quando interagisce con noi, come se non fosse responsabile diretto o, peggio, a sovranità limitata ovvero, “ad abundantiam”, agisse in nome e per conto di altri. Ci eravamo illusi che la decadenza imperante fosse esclusa dal nostro “hortus conclusus”, dalla nostra oasi abitativa. Tutto, in un nulla, è saltato. Noi che abbiamo sempre privilegiato la ricchezza interiore, chissà per quale legge cosmica negativa s’è dovuto incocciare in questi affaristi pratico-materiali che agiscono proprio sulle nostre teste e nella nostra città del Rinascimento. Ora dormiamo in un affittacamere e viviamo un disagio esistenziale altissimo. Vale qualcosa o interessa a qualcuno la mia vita e quella di mia moglie? Caro sindaco, può incuriosirla questa storia di malcostume cosi evidente ed acclarato? La prego, ci venga a trovare. Due sfollati “umiliati ed offesi” la attendono.
E’ inspiegabile come un grande - per me - cantautore come Max Manfredi (è sempre riduttivo in questi casi tale ristretta definizione, come equivoca o troppo aperta e foriera di confusione ed imbarazzi sarebbe poeta che fa musica1) continui ad essere apprezzato solo da una ristretta cerchia di appassionati (in continuo aumento) e ignorato, o quasi, dai media e quindi dal pubblico vasto. Genovese, chitarrista di formazione classica dal poliedrico e sofisticato gusto musicale, dotato di evocativa, aedica e teatrale voce potente, canta versi che denotano grande abilità linguistica e una ricchezza espressiva espansa. Testi ad alta gradazione, i suoi, che ribollono e ubriacano come mosto di vocali e consonanti; densi, onirici e simbolici, surreali, scherzosi e seri, lievi e pastosi, gremiti di simboli e valenze pur eludendo significati diretti, moderni e tradizionali, ermetici seppure chiari ed aperti, rappresentano le acrobazie ed il trionfo della parola lavorata ed assemblata a dovere, anzi ad arte. Manfredi intaglia col roncolo alfabetico rilucenti archivolti parolai tanto per parafrasare un brano che dà il titolo al suo penultimo e bellissimo album (L’intagliatore di santi). Max, evidentemente, va sentito con le orecchie e percepito con la testa. Evitando una teoria della sua scrittura, lunga e non giusta in questa sede, si può en passant, rilevare come le canzoni di questo intellettuale con la chitarra siano farcite di cattedrali, di tropi e topi in quantità, di treni che transitano da Pavia stazione che si fa crocevia di eventi esiziali e trenitaliche coincidenze dentro la sua poetica, di atmosfere elleniche ebbre di retsina e di echi di struggente fado lusitano; canzoni popolate di dilettanti in tutte le salse che si rendono protagonisti in immagini decorate e belle come azulejos. Un mondo, quello di Manfredi, fascinoso e d’elite, ma aperto e in grado di ospitare tutti. Max Manfredi rappresenta il caso più eclatante di distanza o forbice tra la capacità oggettiva ed il valore artistico assoluto e la notorietà. La critica lo osanna e lo stima (ha vinto il premio Recanati e il premio Tenco) mentre il pubblico lo ignora perchè invisibile. Manfredi vive dei concerti live e del passaparola. Quello che sto provando a fare con voi. Lo avevo visto ed ascoltato questa estate a Vernazza - Cinque Terre - e mi era piaciuto parecchio... ma ieri sera al “Porto di Mare”, un intimo ed adatto locale di Firenze dove il respiro e le emozioni adrenaliniche dei cantanti vi alitano addosso realmente e dove il sudore delle dita si inzuppa percettibile sul nylon delle corde dei chitarristi, l’ho trovato tonico e migliorato, più sciolto e professionale. Accompagnato dal pianista-dottore-prolusore Marco Spiccio (oncologo di professione) e dal virtuoso Fabrizio Ugas alle chitarre, Max ha esordito con una perla assoluta “Il fado del dilettante”. Genova è stata narrata tante volte nelle canzoni, ma sentite la versione di Max: “.... Io sono nato a Genova, funiculari, ascensori e creuse/ io sono nato a Genova, città viva di troppe attese/ non sono di Lisbona, non è Coimbra il mio paese/ nemmeno piu’ sugli autobus, mi sento l’animo del portoghese/ Genova città ripida, buone gambe per camminare/ flipper messo in bilico, dove rotola un temporale/ città da cantautori, per i ciclisti è micidiale/ se pisci sulle alture, mezzo minuto e si inquina il mare...” Spettacolo!! Ma siamo appena all’atrio del suo percorso sapienzale. Max ha proseguito e ci ha accompagnati passeggiando con la chitarra nei carrugi genovesi dai nomi più improbabili e fantasiosi: due di loro, vicini ed antitetici, gli han suggerito la spagnoleggiante” Tra virtù e degrado”. E così alternando brani dall’ultimo album (Luna persa) e dai precedenti, è riuscito a calamitare l’attenzione dei presenti- molti lo ascoltavano per la prima volta - fino ad arrivare alla toccante “La fiera della maddalena” che De Andrè volle incidere con lui ritenendola una canzone preziosa ed unica. Proprio Fabrizio definì Max Manfredi il suo erede predestinato a seguirne le orme; ed è incredibile come la trasmissione di Fabio Fazio che ricordava i dieci anni della scomparsa di Faber - seppur bella ed interessante - abbia potuto ignorare Max Manfredi che avrebbe dovuto parteciparvi di diritto ricevendo, tra l’altro, la giusta visibilità. Tiziano Ferro ospite a ricordare Fabrizio e Max no? Uno scandalo!! Sono ancora incazzato con Fazio e la Dori Ghezzi signora De Andrè. Ma tant’è! Noi abbiamo continuato a godere al “Porto di mare” con la deliziosa “Il regno delle fate” definita da Gianni Mura, sulla Repubblica, la più bella canzone del 2008. Il regno delle fate è il racconto di un viaggio in treno “Una signora non più giovane sorride alla fermata del passante per Milano...” che diviene un racconto di questi tempi decadenti “...le bandiere della pace nel monossido che sale...” fino agli immancabili topi che escono dai tombini ad affrescare il disagio di questo tempo storico ed il finale, dentro un cinema scalcinato, a rappresentare il disfacimento e la confusione tra il reale e l’irreale. Tra calembour e divertissement , tra rimpalli parolai tra Marco Spiccio e Max, la serata è andata avanti fruttuosa e positiva fino ai bis, per nulla di rito in questo caso. A mia richiesta la mitica ed esilarante Kukuwok. Da un cartello sballato in stazione a Pavia, nasce una canzone che è un miraggio della fantasia. Tra riserve indiane, pistoleri pentiti, mezzosangue e cow boy, sulla strada ferrata il popolo dei pendolari lascia scalpi e scalpori. Sette lettere a caso su un display generano, disservizi di trenitalia ringraziando, un viaggio strepitoso della ricca, prolifica e ad “alta velocità” fantasia di Manfredi. Ed a chiudere la serata la delicata “Quasi” a dare un senso lieve a questa apoteosi chitarristica e poetica “Quasi incontrarti lungo la sera (cinema nella realtà) / volta e rivolta come un cappotto tutte le strade di questa città/ lui non voleva fare il soldato, io ero pazzo di te/ ma tutto sembra svanito, fiocchi di neve sul tuo decolletè.....ma tutto questo sembra svanito come le nuvole all’ora del tè.” Spettacolo!! E così ci si ritrova fuori del locale, in piazza Pier Vettori, a far quattro chiacchiere e a fumare una sigaretta con Max e i suoi. Inevitabile chiedergli perchè è difficile reperire le sue pubblicazioni. E’ da tempo che sto cercando “Trita provincia” un suo libro di qualche tempo fa. Sì, perchè Max scrive e bene. Dopo avermi dato la dritta su come trovarlo è costretto a tentare di spiegarmi la vasta presenza di topi, di ratti e pantegane nelle stanze delle sue canzoni. Troppe briciole intellettuali, forse? Si rifugia in vaghe allusioni psicanalitiche non meglio definite. Ma è con Marco Spiccio col quale ci si intrattiene amabilmente da ultimo, che emerge la statura di questo personaggio di nicchia, ma ormai di culto. Marco Spiccio ci racconta, deliziato, della preparazione letteraria di Max, della approfondita conoscenza del mondo poetico in generale, e della sua sapienza eteroclita. Anche Spiccio, che pur suonandoci assieme ed essendone amico, lo ritiene un totem e un guru ed è il suo primo estimatore, ritiene Max meritevole d’altra e più consona ribalta. Solo duemila copie vendute del suo ultimo album sembrano un insulto al buon senso!!! Spiccio ripete come un mantra che Max è pigro, ergo si da poco da fare pur avendo talento da vendere. Ma a noi, che fiduciosi speriamo sempre in una sua affermazione prossima ventura, Max piace anche così e a prescindere. E mentre le stelle di Firenze, pigre anch’esse, ma luminose stanno a guardare, salutiamo Max e il suo mondo poetico ricco e sovrabbondante. “E come si può credere in lui senza qualcuno che lo faccia conoscere? (San Paolo, Lettera ai Romani, X, 14). Rainer ci ha provato. Che Dio ce la mandi buona!!
1 A tal proposito consiglio la lettura d’un bel, seppur ostico, manuale pubblicato da Carocci editore intitolato” Poesia per musica e musica per poesia” di Stefano La Via professore della facoltà di Musicologia dell’università di Pavia
Fervono e si moltiplicano, in questi giorni, le iniziative per ricordare Fabrizio De Andrè nel decennale della sua scomparsa avvenuta l’11 gennaio 1999. A Genova, sua cittа natale, è stata inaugurata una mostra fotografica che spero di vedere presto. La TV ha già trasmesso uno speciale di Minoli, e stasera sarà la volta di Fabio Fazio a rievocare, con interviste e musica, la vita del grande Faber. Dappertutto si svolgono concerti con musicisti di ogni calibro ed estrazione musicale che faranno risuonare le sue straordinarie canzoni. Ma credetemi – e ne ho viste tante di manifestazioni rievocative - la maniera più interessante a mio parere - per ricordare De Andrè, si è svolta ieri pomeriggio in una serra dell’orto botanico di Firenze. Sembrerà strano, ma in questo inusuale contesto, decisamente non scelto a caso, si è svolta una conferenza che già dal titolo si presentava molto intrigante:” Bocca di Rosa, capelli di grano. Tentativo di una flora critica delle canzoni di Fabrizio De Andrè.” Enrico della Giovampaola - uno dei relatori - ha presentato e discusso una tesi - nel 2006 - che aveva come progetto l’allestimento di un orto botanico nel parco delle Cinque terre e che prevedeva l’inserimento e la semina delle piante cantate da De Andrè. E cosi, quasi per scherzo, il lavoro è andato avanti con l’analisi di tutti i testi dello “chansonnier” ligure alla ricerca di piante e fiori citate nelle sue bellissime strofe. Così apprendiamo da Maria Adele Signorini, che coadiuvava della Giovampaola nella disanima e analisi delle canzoni versus botanico, che le piante compaiono 75 volte nei suoi testi e 42 sono le specie citate appartenenti a 28 diverse famiglie. La specie più presente è la rosa - e poteva essere diversamente per l’autore di Bocca di rosa? - citata ben 13 volte. La rosa per Faber - ma non solo per lui - è la metafora della bellezza, dell’amore carnale e del sesso, ma rappresenta altresi' la caducità delle cose “..Vivesti solo un giorno come le rose” o “..Ma come fan presto amore ad appassir le rose”. La pianta che segue nel numero di citazioni e richiami è il grano che rappresenta l’alimento e il sostentamento della vita. In De Andrè i campi di grano accolgono Piero morente “Dormi sepolto in un campo di grano/ non è la rosa, non è il tulipano...” o si inchinano al passaggio di Re Carlo di ritorno dalla battaglia di Poitiers “Così si lamenta il re cristiano/ s’inchina intorno il grano/ gli fan corona i fior”. Al terzo posto compare il bianco e profumato giglio. Pianta legata, come ci ricordano i relatori, ad Era-Giunone e simbolo di purezza che viene evocata nella “Città vecchia”: Se non sono gigli/ son pur sempre figli/ vittime di questo mondo....” e come ornamento della veste della Madonna “Forse fu all’ora terza, forse alla nona/ cucito qualche giglio, sul vestitino alla buona...” nella canzone “L’infanzia di Maria”. E così tra querce e ulivi, mimose e sambuco, sughero e rosmarino, mirto e alloro, tra specie mediterranee e submediterranee, si dipana un incredibile mondo floreale che spesso nel cantato non emerge cosм fortemente. Le canzoni di De Andrè, oltre ai noti personaggi di varia umanitа perdente - ladri, assassini, prostitute – sono ricche di profumi di erbe odorose, di paesaggi coltivati e colorati che rendono la sua poesia verde ed aromatica. Grande Fabrizio e, come ricorda Nicola Piovani nella Repubblica di oggi “Un uomo coerente e rigoroso.. il rigore di chi non si metteva al servizio delle leggi di mercato....Scriveva “per necessità espressiva intima” come avrebbe detto Cecov”. Con il solo ausilio di un computer, di uno schermo per proiettare immagini e qualche estratto di canzone dallo sterminato repertorio della produzione del nostro cantautore per antonomasia, Maria Adele Signorini ed Enrico Giovampaola, senza nemmeno l’ausilio di un microfono per amplificare la loro voce, sono riusciti, con eleganza e sostanza, a deliziare il numeroso pubblico presente. La semplicitа è sempre vincente quando si ha davvero qualcosa da dire. Sono sicuro che Fabrizio, allergico alle vuote ridondanze, sarebbe stato fiero di una manifestazione di questo tipo a ricordo della sua produzione di poeta-cantante. Fiori e piante, per nulla marginali nella sua poetica, finalmente hanno ricevuto, ieri pomeriggio nell’orto botanico di Firenze, la giusta attenzione e rilevanza. Ho ascoltato la conferenza seduto accanto ad una pianta denominata: “Encephalous longifolius” letteralmente cinto ed accarezzato dai suoi rami e dalle sue foglie che hanno elargito ossigeno in quantità a me e a tutti gli amici del loro amico Fabrizio De Andrè. Faranno anche presto ad appassir le rose, ma le canzoni di Fabrizio non conosceranno mai decadimento e morte. Parola di Rainer
Come un viaggiatore settecentesco proseguo, indefesso, il mio “Itinerarium Italiae”. Dopo Chiusi, San Gimignano, Castiglion del Lago, riparto alla volta dell’agognata e raffinata Cortona, arroccata e rarefatta, rigorosa ed immaginifica, in bilico tra cielo e terra, prospiciente al cono perfetto dell’Amiata che, immobile e fedele, vigila, da secoli, sulla sua pietrosa e luminosa solitudine arcaica.

Ci sono delle date che rimangono scolpite nella memoria come se, un professionale scalpellino, le incidesse nel template cerebrale... o come se, una magica memoserina, agisse sulle sinapsi e sui neuroni del ricordo: 2 AGOSTO 2006, PIAZZA SANTA CROCE- FIRENZE. E chi lo dimentica quel giorno, quel crepuscolo, quella serata! Io, Renzino dj, Luca Deep di Pillo, Antonio Saccoccia, Giuseppe Liberatore, Mario di Loreto ci si avvia, di primo pomeriggio, verso il cuore francescano della città del giglio. E a cagare le Laure, le Donatelle, le Letizie che han disertato, con scuse risibili. Benigni,per una sera, sospende la sua strabiliante "Lectura Dantis", e ci lascia campo libero qui dove gli alfieri del calcio storico se le dan di santa ragione, col pretesto d'un torneo medioevale che contesta e contende, agli inglesi, l'invenzione del calcio. Amici, siete mai stati in piazza Santa Croce, a Firenze? Uno spettacolo inenarrabile a parole. Qui Arnolfo di Cambio e il Vasari han dato il meglio di se stessi, erigendo l'incredibile architettonico. Qui riposano Ugo Foscolo, Michelangelo, Galilei e tanti altri. Dante, a latere, col suo sguardo di marmo sorveglia, e il Cimabue ligneo riposa, dopo il rimirar quotidiano d'occhi a millanta. In questo gotico stordente, fattosi facciata, Gilmour ha insistito per voler suonare; proprio davanti la Cappella dei Pazzi e a pochi giorni dalla scomparsa di Syd, il "Crazy Diamond" dei Pink. Un caso? Ci credo poco!
Alle nove in punto, Richard Wright, tastiere e voce - Phil Manzanera, chitarra e voce - Dick Parry, sassofono - Jon Carin, tastiere, chitarra e voce - Guy Pratt basso e voce - Steve Distanislao, percussioni e voce e Gilmour danno inizio a un set memorabile e indimenticabile. Il gotico si trasmuta di colpo in psichedelico e il liuto delle feste medioevali si trasforma in Fender Stratocaster e Gibson Les Paul. Inizia un viaggio lisergico, tra classici suonati alla perfezione. Sono in forma i Pink e il tempo non li ha scalfiti per nulla. Arpeggiano il passato, il presente, l'avvenire....orchestrano rimembranze di momenti fantastici, qui dove le urne dei forti, richiamano e sottolineano la transitorietà dell'esistere. Ma la melopea dei Floyd è imperitura, ve lo garantisco io. Nel 3003 li ascolteranno ancora gli umani, prossimi venturi. E passi per "Time", per "Echoes", per "Confortably Numb", per" Money", ma quando Gilmour e c. partono con le note di " Wish you were here", la commozione travolge la piazza che nasconde, dietro il buio illuminato stroboscopicamente, una furtiva lacrima...Syd appare e si materializza in tutta la sua rilucente schizofrenia, a far riflettere menti impuramente sane. Incubi ed estasi sonore avvincono la folla rapita. Si sta su queste tribune plebee, ma si vola alti, aggrappati al nylon di un mi cantino.
E luci ed effetti piovono sulle nostre menti labili....e concetti e parole sensate, fattesi rigo musicale, rimbombano nell'aere . Vasti orizzonti pentagrammatici da scolvolgimento para-lisergico ci si aprono davanti. Santa Croce fu la piazza piu' toccata dall'acqua nel '66- in questa città che, in Santa Maria Novella, conserva,nel chiostro verde, il Diluvio di Paolo Uccello, quasi una premonizione- ma stavolta ci regala una alluvione di note, per nulla deleterie...anzi! Che spettacolo, ragazzi! Che avventura della mente nella terra di Guido D'Arezzo, che la trascrizione musicale l'ha inventata...e quando il fluido rosa smette di scorrere, si rimane silenti e quasi sconvolti. Ma non c'è tempo da perdere...si va al Savoy, in piazza della Repubblica, un cinque stelle dove i nostri dormiranno. S'arriva che c'è Gilmour al bar che non ne vuol sapere di voltarsi, nonostante i richiami sempre piu' numerosi e rumorosi...
Maremma maiala! A un passo dal mito!! David, ettussèi uggioso come tutti gli abitanti dei piani alti dell'Olimpo musicale!.Ma qualcuno esce: è Steve Distanislao, il batterista: ci si fionda su di lui. Col suo visky e palesemente barcollante, mi dice nel suo alcolico inglese:" Non immaginavo di essere diventato così famoso". Epilogo dolceamaro di umani musicisti pieni di debolezze e fragilità che "on stage" rilucono poco.Forse non mi cambierei mai con loro; ma le emozioni che mi han donato, a pieni barrè, annullano dubbi ed aporie. Grandi vussiete Pink....grazie di tutto....vostro poetarainer! p.s. un saluto a Luca, Antonio, Mario, Zenone che sicuramente mi leggeranno e si spera possano rivere, col mio scritto, l'emozione vissuta..Ciao!
Chi mi conosce sa quanto mi piacciono le situazioni raccolte e intime e come io adori i musicisti veri e sostanziosi più che quelli che lavorano su effetti e campionatori, esistenti spesso solo per opera di mastodontici apparati pubblicitari, di creatori d’immagini, distribuzione e marketing. Non importa quanti dischi vendono, se son belli o abbiano le “phisiques du rôle” e quanto sono conosciuti in giro i musicisti che piacciono a me. Gli artisti di talento io li valuto solo dal carisma che hanno e dalla capacità di fondersi con lo strumento estraendone linfa musicale nutriente: i miei preferiti sono i musicisti che fanno della musica una ragione di vita e non già solo un “telos” economico:solo quelli caratterizzati da questa purezza di base d'approccio mi danno una energia salvifica e positiva. Per questo ieri l’altro mi sono regalato una serata speciale con un artista straordinario: un concerto tutto arrosto e poco fumo. In una terrazza affacciata e titillata dal mar ligure e scossa da veri treni che a distanza appaiono come trenini lego manovrati ad arte, nella prima di cinque mirabolanti terre, Riomaggiore, nel locale “A piè de mà”, ho assistito alla presentazione dell’ultimo disco di Armando Corsi, chitarrista per vocazione ipertalentuoso. Il disco si intitola – e poteva essere altrimenti? – “La via dell’Amore”. Proprio in questo locale è stato registrato “live” nel giugno scorso. Tra poeti di passaggio, diplomati al conservatorio, allievi, amici vari e diapositive narranti un “curriculum vitae” visivo, coadiuvato da Yvonne Riccobaldi pr e proprietaria di questo panoramico bar-terrazza , Armando ha iniziato a secernere succo di nylon e a tessere una magica tela di accordi esoterici eppur chiari. Assistito da una formidabile tecnica e da una precisione e velocità d’esecuzione rare , Armando non suona mica...è lì a divinar sentenze d’oracoli di “mà” e saudade, di rimpianti edenici, interrogando con le dita budelli in micantino e solmaggioresettimodiminuito, come un vero medium d’armonia. E si commuove davvero, il nostro chitarrista con la fisiognomica dell’uomo di mare navigato o del Picasso cubista sintetico e realizzatore di dipinte chitarre semiastratte, quando ricorda il compianto Bruno Lauzi con cui ha inciso la traccia “Sia benedetto il samba” poco prima della sua morte e apparsa nel precedente disco “Buena Suerte” (bellissimo). Pur in assenza della voce unica di Bruno, Armando con le corde rifà un percorso intimo col suo amico, una sorta di esplorazione chitarristica d’un paradiso ritrovato. “Fratello d’armonia” è la sesta traccia di quest’album che stasera qui vien disvelato - dedicata a Bruno . Fratello d'armonia era il nomignolo con cui l’anziano putto dalla voce angelica appellava il Corsi.
E così ci si ritrova di nuovo peripatetici, e si riparte...Noi che andiamo in cerca di estivi stupori, s'imbocca la strada che porta al Teatro Romano di Fiesole, per abbeverarci e farci avvolgere e redimere dalla aristotelica>
"Agrigento: cena da PerBacco in vicolo "Lo Presti",








