la chimera azzurra - di Rainer Liberatore

Non so se tra roccie/ il tuo pallido viso m'apparve/ o sorriso di lontananze ignote.

venerdì, 07 agosto 2009

Lettera aperta al sindaco di Firenze

 Сaro sindaco, innanzitutto felicitazioni vivissime per il suo fresco insediamento sulla poltrona di primo cittadino. Sono un suo elettore e auspico e spero che, col suo avvento, si respiri e si avverta un vero cambiamento in città e mi attendo un impulso nuovo in questa nostra Firenze bellissima, ma affetta, ahimè, da mali, crepe e virus caratteristici di questi tempi aridi e grami. Non l’avrei mai importunata; ma come sosteneva Giovenale “Facit indignatio versum” è l’indignazione che ci fa parlare e scrivere. Sono arrabbiato come umano e come cittadino e ci tengo a raccontarle la storia accaduta alla mia famiglia perchè è un segno dei tempi e la spia di un degrado urbano inarrestabile. Siamo proprietari (io e mia moglie) di un piccolo appartamento in un condominio a Firenze. Tutta la nostra idea di bellezza vi era racchiusa: migliaia di libri, tele di autori vari, dischi in vinile e cd, chitarre di pregio ed icone russe. Ebbene, tutto ciò è stato, in un attimo, vanificato dall’azione di uomini quantomeno, per non alludere ad altro, privi di tatto ed educazione al vivere sociale. Un sisma umano si è abbattuto ed ha distrutto il nostro habitat. Siamo partiti per le ferie estive tranquilli ed ignari – non c’erano ponteggi nè dichiarazione di inizio attività – ed, al ritorno, abbiamo trovato uno scempio realizzato da chi lavorava nell’appartamento sovrastante il nostro. Pur avendo la nuova proprietà richiesto ed ottenuto una D.I.A il 27.04.2009 (l'abbiamo trovato affissa sul portone d’ingresso dello stabile al nostro rientro e non menziona la suddivisione di questo quartiere in due unità abitative come di fatto sta avvenendo) nessuno ci ha mai cercato prima di iniziare i lavori. Avrebbero, nel caso e con buonsenso, valutato ciò che c’era da fare (evitando danni) alla luce del fatto che il nostro soffitto è realizzato con travi a vista. E invece, approfittando della nostra assenza e come ladri nella notte, hanno devastato il nostro alloggio riempiendolo di calcinacci e polvere precipitati dal solaio comune. In pochi giorni hanno creato la nuova gettata su travicelli vecchi e consunti che, evidentemente, dovevano essere sostituiti trattandosi di un lavoro ex-novo. Fosse stata la loro futura dimora e non un quartiere destinato ad essere ristrutturato, suddiviso in due e venduto ad altri acquirenti (come ci ha riferito il signor Capra Paolo proprietario attuale e come ci ha confermato l’agenzia che si occupa della vendita-Italiana Immobiliare p.zza S. Iacopino) avrebbero agito sicuramente in un altro modo e con più cautela e attenzione. I vigili del fuoco, durante un sopralluogo, hanno solo preso atto dell’inagibilità del nostro appartamento. Abbiamo telefonato, per un intervento o una perizia, ai vigili urbani – sez. Urbanistica – (gentili telefonicamente, ma nessuno si è fatto ancora vedere) e, da ultimo, “obtorto collo” s’è dato mandato ad un legale per la tutela giudiziaria ed il risarcimento del danno. Ma qualcosa in questa vicenda, al di là della nostra triste esperienza personale, non torna. Qui c’è gente che gioca a Monopoli comprando e vendendo in pochi giorni e su rogiti appena depositati e con D.I.A. poco trasparenti, lucrando sulle spalle degli altri ed effettuando lavori veloci, privi di senno, ponderatezza e qualità. Il proprietario, Capra Paolo, è sempre a chiedere lumi ad altri telefonicamente quando interagisce con noi, come se non fosse responsabile diretto o, peggio, a sovranità limitata ovvero, “ad abundantiam”, agisse in nome e per conto di altri. Ci eravamo illusi che la decadenza imperante fosse esclusa dal nostro “hortus conclusus”, dalla nostra oasi abitativa. Tutto, in un nulla, è saltato. Noi che abbiamo sempre privilegiato la ricchezza interiore, chissà per quale legge cosmica negativa s’è dovuto incocciare in questi affaristi pratico-materiali che agiscono proprio sulle nostre teste e nella nostra città del Rinascimento. Ora dormiamo in un affittacamere e viviamo un disagio esistenziale altissimo. Vale qualcosa o interessa a qualcuno la mia vita e quella di mia moglie? Caro sindaco, può incuriosirla questa storia di malcostume cosi evidente ed acclarato? La prego, ci venga a trovare. Due sfollati “umiliati ed offesi” la attendono.




Trovano la casa distrutta dal vicino







«SIAMO partiti per le ferie estive tranquilli ed ignari ed al ritorno abbiamo trovato uno scempio realizzato da chi lavorava nell' appartamento sovrastante il nostro. Ora dormiamo in un affittacamere e viviamo un disagio esistenziale altissimo». Sono alcuni passi di una lettera aperta al sindaco Renzi che da qualche giorno rimbalza su diversi blog della rete, raccogliendo centinaia di commenti e messaggi di risposta. L' autore, nickname poetarainer, è un fiorentino, Rinaldo L., che racconta: «Io e mia moglie siamo partiti il 5 luglio per l' Elba e al rientro, dopo due settimane, abbiamo trovato davanti al nostro stabile dei ponteggi e un cartello che indicava l' inizio dei lavori di ristrutturazione nell' appartamento sopra il nostro, da poco venduto ad un nuovo proprietario». Poi continua: «Quando siamo entrati in casa, abbiamo trovato il solaio con travi a vista danneggiato e l' appartamento pieno di polvere e calcinacci». L' appartamento in questione, al primo piano del palazzo, non è molto distante dall' affittacamere nel quale ora i due vivono da circa un mese: «La prima settimana siamo stati ospitati da amici, poi ci siamo trasferiti qui. Il proprietario dell' appartamento sopra il nostro ci ha offerto la permanenza del mese di luglio e ci ha pagato alcuni lavori di riparazione, ma secondo me dovremo restare in questa situazione fino a settembre». Raggiunto telefonicamente, il proprietario dell' appartamento al piano superiore, nel quale sono stati svolti i lavori, ha preferito per il momento non commentare l' accaduto. «Abbiamo inviato una mail a Renzi perché ci venga a trovare e venga a conoscere di persona la nostra situazione continua poetarainer - I vigili del fuoco, che hanno constatato l' inagibilità della casa, sono arrivati appena sono stati chiamati, ma è da giorni che stiamo aspettando la perizia dei vigili urbani». La lettera inviata al sindaco è stata poi pubblicata in forma aperta sul blog, e da lì ripresa da altri blogger: «Fra i tanti i messaggi di solidarietà vorrei raccontare di una blogger che ha nickname Diggiu e che ha inviato spontaneamente una lettera al Difensore civico del Comune per informarlo dell' accaduto». - EVARISTO SPARVIERI
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domenica, 01 febbraio 2009

MAX MANFREDI: un talento assoluto dal porto di Genova al "Porto di mare" - Firenze

 

E’ inspiegabile come un grande - per me - cantautore come Max Manfredi (è sempre riduttivo in questi casi tale ristretta definizione, come equivoca o troppo aperta e foriera di confusione ed imbarazzi sarebbe poeta che fa musica1) continui ad essere apprezzato solo da una ristretta cerchia di appassionati (in continuo aumento) e ignorato, o quasi, dai media e quindi dal pubblico vasto. Genovese, chitarrista di formazione classica dal poliedrico e sofisticato gusto musicale, dotato di evocativa, aedica e teatrale voce potente, canta versi che denotano grande abilità linguistica e una ricchezza espressiva espansa. Testi ad alta gradazione, i suoi, che ribollono e ubriacano come mosto di vocali e consonanti; densi, onirici e simbolici, surreali, scherzosi e seri, lievi e pastosi, gremiti di simboli e valenze pur eludendo significati diretti, moderni e tradizionali, ermetici seppure chiari ed aperti, rappresentano le acrobazie ed il trionfo della parola lavorata ed assemblata a dovere, anzi ad arte. Manfredi intaglia col roncolo alfabetico rilucenti archivolti parolai tanto per parafrasare un brano che dà il titolo al suo penultimo e bellissimo album (L’intagliatore di santi). Max, evidentemente, va sentito con le orecchie e percepito con la testa. Evitando una teoria della sua scrittura, lunga e non giusta in questa sede, si può en passant, rilevare come le canzoni di questo intellettuale con la chitarra siano farcite di cattedrali, di tropi e topi in quantità, di treni che transitano da Pavia stazione che si fa crocevia di eventi esiziali e trenitaliche coincidenze dentro la sua poetica, di atmosfere elleniche ebbre di retsina e di echi di struggente fado lusitano; canzoni popolate di dilettanti in tutte le salse che si rendono protagonisti in immagini decorate e belle come azulejos. Un mondo, quello di Manfredi, fascinoso e d’elite, ma aperto e in grado di ospitare tutti. Max Manfredi rappresenta il caso più eclatante di distanza o forbice tra la capacità oggettiva ed il valore artistico assoluto e la notorietà. La critica lo osanna e lo stima (ha vinto il premio Recanati e il premio Tenco) mentre il pubblico lo ignora perchè invisibile. Manfredi vive dei concerti live e del passaparola. Quello che sto provando a fare con voi. Lo avevo visto ed ascoltato questa estate a Vernazza - Cinque Terre - e mi era piaciuto parecchio... ma ieri sera al “Porto di Mare”, un intimo ed adatto locale di Firenze dove il respiro e le emozioni adrenaliniche dei cantanti vi alitano addosso realmente e dove il sudore delle dita si inzuppa percettibile sul nylon delle corde dei chitarristi, l’ho trovato tonico e migliorato, più sciolto e professionale. Accompagnato dal pianista-dottore-prolusore Marco Spiccio (oncologo di professione) e dal virtuoso Fabrizio Ugas alle chitarre, Max ha esordito con una perla assoluta “Il fado del dilettante”. Genova è stata narrata tante volte nelle canzoni, ma sentite la versione di Max: “.... Io sono nato a Genova, funiculari, ascensori e creuse/ io sono nato a Genova, città viva di troppe attese/ non sono di Lisbona, non è Coimbra il mio paese/ nemmeno piu’ sugli autobus, mi sento l’animo del portoghese/ Genova città ripida, buone gambe per camminare/ flipper messo in bilico, dove rotola un temporale/ città da cantautori, per i ciclisti è micidiale/ se pisci sulle alture, mezzo minuto e si inquina il mare...” Spettacolo!! Ma siamo appena all’atrio del suo percorso sapienzale. Max ha proseguito e ci ha accompagnati passeggiando con la chitarra nei carrugi genovesi dai nomi più improbabili e fantasiosi: due di loro, vicini ed antitetici, gli han suggerito la spagnoleggiante” Tra virtù e degrado”. E così alternando brani dall’ultimo album (Luna persa) e dai precedenti, è riuscito a calamitare l’attenzione dei presenti- molti lo ascoltavano per la prima volta - fino ad arrivare alla toccante “La fiera della maddalena” che De Andrè volle incidere con lui ritenendola una canzone preziosa ed unica. Proprio Fabrizio definì Max Manfredi il suo erede predestinato a seguirne le orme; ed è incredibile come la trasmissione di Fabio Fazio che ricordava i dieci anni della scomparsa di Faber - seppur bella ed interessante - abbia potuto ignorare Max Manfredi che avrebbe dovuto parteciparvi di diritto ricevendo, tra l’altro, la giusta visibilità. Tiziano Ferro ospite a ricordare Fabrizio e Max no? Uno scandalo!! Sono ancora incazzato con Fazio e la Dori Ghezzi signora De Andrè. Ma tant’è! Noi abbiamo continuato a godere al “Porto di mare” con la deliziosa “Il regno delle fate” definita da Gianni Mura, sulla Repubblica, la più bella canzone del 2008. Il regno delle fate è il racconto di un viaggio in treno “Una signora non più giovane sorride alla fermata del passante per Milano...” che diviene un racconto di questi tempi decadenti “...le bandiere della pace nel monossido che sale...” fino agli immancabili topi che escono dai tombini ad affrescare il disagio di questo tempo storico ed il finale, dentro un cinema scalcinato, a rappresentare il disfacimento e la confusione tra il reale e l’irreale. Tra calembour e divertissement , tra rimpalli parolai tra Marco Spiccio e Max, la serata è andata avanti fruttuosa e positiva fino ai bis, per nulla di rito in questo caso. A mia richiesta la mitica ed esilarante Kukuwok. Da un cartello sballato in stazione a Pavia, nasce una canzone che è un miraggio della fantasia. Tra riserve indiane, pistoleri pentiti, mezzosangue e cow boy, sulla strada ferrata il popolo dei pendolari lascia scalpi e scalpori. Sette lettere a caso su un display generano, disservizi di trenitalia ringraziando, un viaggio strepitoso della ricca, prolifica e ad “alta velocità” fantasia di Manfredi. Ed a chiudere la serata la delicata “Quasi” a dare un senso lieve a questa apoteosi chitarristica e poetica “Quasi incontrarti lungo la sera (cinema nella realtà) / volta e rivolta come un cappotto tutte le strade di questa città/ lui non voleva fare il soldato, io ero pazzo di te/ ma tutto sembra svanito, fiocchi di neve sul tuo decolletè.....ma tutto questo sembra svanito come le nuvole all’ora del tè.” Spettacolo!! E così ci si ritrova fuori del locale, in piazza Pier Vettori, a far quattro chiacchiere e a fumare una sigaretta con Max e i suoi. Inevitabile chiedergli perchè è difficile reperire le sue pubblicazioni. E’ da tempo che sto cercando “Trita provincia” un suo libro di qualche tempo fa. Sì, perchè Max scrive e bene. Dopo avermi dato la dritta su come trovarlo è costretto a tentare di spiegarmi la vasta presenza di topi, di ratti e pantegane nelle stanze delle sue canzoni. Troppe briciole intellettuali, forse? Si rifugia in vaghe allusioni psicanalitiche non meglio definite. Ma è con Marco Spiccio col quale ci si intrattiene amabilmente da ultimo, che emerge la statura di questo personaggio di nicchia, ma ormai di culto. Marco Spiccio ci racconta, deliziato, della preparazione letteraria di Max, della approfondita conoscenza del mondo poetico in generale, e della sua sapienza eteroclita. Anche Spiccio, che pur suonandoci assieme ed essendone amico, lo ritiene un totem e un guru ed è il suo primo estimatore, ritiene Max meritevole d’altra e più consona ribalta. Solo duemila copie vendute del suo ultimo album sembrano un insulto al buon senso!!! Spiccio ripete come un mantra che Max è pigro, ergo si da poco da fare pur avendo talento da vendere. Ma a noi, che fiduciosi speriamo sempre in una sua affermazione prossima ventura, Max piace anche così e a prescindere. E mentre le stelle di Firenze, pigre anch’esse, ma luminose stanno a guardare, salutiamo Max e il suo mondo poetico ricco e sovrabbondante.  E come si può credere in lui senza qualcuno che lo faccia conoscere? (San Paolo, Lettera ai Romani, X, 14). Rainer ci ha provato. Che Dio ce la mandi buona!!



1 A tal proposito consiglio la lettura d’un bel, seppur ostico, manuale pubblicato da Carocci editore intitolato” Poesia per musica e musica per poesia” di Stefano La Via professore della facoltà di Musicologia dell’università di Pavia


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domenica, 11 gennaio 2009

UN INCONSUETO DE ANDRE'

Fervono e si moltiplicano, in questi giorni, le iniziative per ricordare Fabrizio De Andrè nel decennale della sua scomparsa avvenuta l’11 gennaio 1999. A Genova, sua cittа natale, è stata inaugurata una mostra fotografica che spero di vedere presto. La TV ha già trasmesso uno speciale di Minoli, e stasera sarà la volta di Fabio Fazio a rievocare, con interviste e musica, la vita del grande Faber. Dappertutto si svolgono concerti con musicisti di ogni calibro ed estrazione musicale che faranno risuonare le sue straordinarie canzoni. Ma credetemi – e ne ho viste tante di manifestazioni rievocative - la maniera più interessante a mio parere - per ricordare De Andrè, si è svolta ieri pomeriggio in una serra dell’orto botanico di Firenze. Sembrerà strano, ma in questo inusuale contesto, decisamente non scelto a caso, si è svolta una conferenza che già dal titolo si presentava molto intrigante:” Bocca di Rosa, capelli di grano. Tentativo di una flora critica delle canzoni di Fabrizio De Andrè.” Enrico della Giovampaola - uno dei relatori - ha presentato e discusso una tesi - nel 2006 - che aveva come progetto l’allestimento di un orto botanico nel parco delle Cinque terre e che prevedeva l’inserimento e la semina delle piante cantate da De Andrè. E cosi, quasi per scherzo, il lavoro è andato avanti con l’analisi di tutti i testi dello “chansonnier” ligure alla ricerca di piante e fiori citate nelle sue bellissime strofe. Così apprendiamo da Maria Adele Signorini, che coadiuvava della Giovampaola nella disanima e analisi delle canzoni versus botanico, che le piante compaiono 75 volte nei suoi testi e 42 sono le specie citate appartenenti a 28 diverse famiglie. La specie più presente è la rosa - e poteva essere diversamente per l’autore di Bocca di rosa? - citata ben 13 volte. La rosa per Faber - ma non solo per lui - è la metafora della bellezza, dell’amore carnale e del sesso, ma rappresenta altresi' la caducità delle cose “..Vivesti solo un giorno come le rose” o “..Ma come fan presto amore ad appassir le rose”. La pianta che segue nel numero di citazioni e richiami è il grano che rappresenta l’alimento e il sostentamento della vita. In De Andrè i campi di grano accolgono Piero morente “Dormi sepolto in un campo di grano/ non è la rosa, non è il tulipano...” o si inchinano al passaggio di Re Carlo di ritorno dalla battaglia di Poitiers “Così si lamenta il re cristiano/ s’inchina intorno il grano/ gli fan corona i fior”. Al terzo posto compare il bianco e profumato giglio. Pianta legata, come ci ricordano i relatori, ad Era-Giunone e simbolo di purezza che viene evocata nella “Città vecchia”: Se non sono gigli/ son pur sempre figli/ vittime di questo mondo....” e come ornamento della veste della Madonna “Forse fu all’ora terza, forse alla nona/ cucito qualche giglio, sul vestitino alla buona...” nella canzone “L’infanzia di Maria”. E così tra querce e ulivi, mimose e sambuco, sughero e rosmarino, mirto e alloro, tra specie mediterranee e submediterranee, si dipana un incredibile mondo floreale che spesso nel cantato non emerge cosм fortemente. Le canzoni di De Andrè, oltre ai noti personaggi di varia umanitа perdente - ladri, assassini, prostitute – sono ricche di profumi di erbe odorose, di paesaggi coltivati e colorati che rendono la sua poesia verde ed aromatica. Grande Fabrizio e, come ricorda Nicola Piovani nella Repubblica di oggi “Un uomo coerente e rigoroso.. il rigore di chi non si metteva al servizio delle leggi di mercato....Scriveva “per necessità espressiva intima” come avrebbe detto Cecov”. Con il solo ausilio di un computer, di uno schermo per proiettare immagini e qualche estratto di canzone dallo sterminato repertorio della produzione del nostro cantautore per antonomasia, Maria Adele Signorini ed Enrico Giovampaola, senza nemmeno l’ausilio di un microfono per amplificare la loro voce, sono riusciti, con eleganza e sostanza, a deliziare il numeroso pubblico presente. La semplicitа è sempre vincente quando si ha davvero qualcosa da dire. Sono sicuro che Fabrizio, allergico alle vuote ridondanze, sarebbe stato fiero di una manifestazione di questo tipo a ricordo della sua produzione di poeta-cantante. Fiori e piante, per nulla marginali nella sua poetica, finalmente hanno ricevuto, ieri pomeriggio nell’orto botanico di Firenze, la giusta attenzione e rilevanza. Ho ascoltato la conferenza seduto accanto ad una pianta denominata: “Encephalous longifolius” letteralmente cinto ed accarezzato dai suoi rami e dalle sue foglie che hanno elargito ossigeno in quantità a me e a tutti gli amici del loro amico Fabrizio De Andrè. Faranno anche presto ad appassir le rose, ma le canzoni di Fabrizio non conosceranno mai decadimento e morte. Parola di Rainer

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lunedì, 03 novembre 2008

+ A DAVIDE CHE UN 3 NOVEMBRE PARTI' PER UN ALTRO VIAGGIO

margheritaCome un viaggiatore settecentesco proseguo, indefesso, il mio “Itinerarium Italiae”. Dopo Chiusi, San Gimignano, Castiglion del Lago, riparto alla volta dell’agognata e raffinata Cortona, arroccata e rarefatta, rigorosa ed immaginifica, in bilico tra cielo e terra, prospiciente al cono perfetto dell’Amiata che, immobile e fedele,  vigila, da secoli, sulla sua pietrosa e luminosa solitudine arcaica.
Cortona è un’oasi archittetonica aristocratica dalla forte sedimentazione etrusca; in lei volentieri mi tuffo, nel mare di emozioni che mi regala, per un benefico bagno rigenerante di civiltà.
La rimiro dalla valle chianina dabbasso e m’appare come un abbacinante miraggio recluso tra forti e ciclopiche mura; vera ma inconsistente come un luogo del desiderio o una delle città invisibili di Calvino o un evanescente sito proustiano.
Respirare la polvere dei secoli e ascoltare i suoi sermoni di pietra, rappresenta un vero stimolo delle facoltà intellettuali e aiuta la mia personale “recherche du temps perdu”.
Si narra che Cortona fu fondata da Ulisse dopo che aveva lasciato Itaca vi morì e fu sepolto onorato da tutti. Da qui proviene Dardano, figlio di Giove e capostipite della stirpe troiana.
Cortona, quindi appartiene, di diritto, al fantastico mondo della mitologia ed è, dunque, una città sacra perchè ha avuto origine da una divinità.
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Percorrendo le fitte viuzze come venature di foglie ed i ghirigori di pietra, i gradini e i vichi che girano intricati e misterici come il gomitolo di una matassa da dipanare, il sacro si avverte potente. Il viaggiatore-turista riceve - come in questi giorni per protesta nelle nostre università - una lezione  di Urbanistica all’aperto; la sintesi, l’euritmia della superficie, la coordinazione tra spazi e volumi, in questo contesto tocca i vertici. Ci si immerge, attoniti, nel suo silenzio forte ed incisivo eppure stipiti, lesene, i sesti degli archi dei porticati, “le porte del morto”, ci affabulano con suadente e simbolica oratoria logorroica. Il Vate, Gabriele, annoverò Cortona -nel secondo libro delle Laudi - tra le città del silenzio:
"O Corito, perchè la Lampa è priva / di nutrimento? Io vidi messaggera, / grande come Calliope, leggera / come Aglaia, recar l’olio d’oliva /..."
Cortona è un incantesimo edilizio; girare e perdersi nel suo labirinto di pietra ed ascoltare nei crocicchi il sussurro dello spirito del luogo, l’intonazione del vento o il fruscio percettibile di ombre, è una esperienza stordente, ma fondante.
Il nostro vissuto urbano omologato e privo di caratterizzazione decade e si banalizza al cospetto della marcata identità di questa roccaforte etrusca. Le consuete e trite abitudini visive ed i soliti scenari perdono senso; sorprese e stupori ci attendono e ci si rifocilla d’un grande nutrimento per l’immaginazione creativa.
Sarà il caso, il destino o il gusto per le anafore edilizie che mi porta a ripercorrere medesimi itinerari e agglomerati siamesi? Mi ritrovo sempre tra città situate in cima a colli con grappoli di pinnacoli e con una vita ctonia e i fasti della morte ben espressi.
Frotte di americani- e pochi italiani- si gustano estatici Cortona, ora e piùcchemai, da quando una loro scrittrice ne ha tessuto le lodi e qui ha comprato casa. Pensate che il libro “Sotto il sole della Toscana” di Frances Mayes ha venduto negli Usa più di due milioni di copie. Andare a Cortona in questo tempo - e fino al gennaio 2009 - vuol dire, oltre il resto... e poi vedrete che non è poco, bearsi di una straordinaria raccolta di pezzi etruschi - vasi in bucchero, statuette votive, urnette in bronzo - provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, esposti a Palazzo Casali ovvero nel museo dell’Accademia Etrusca. Troverete, nella stessa sede, anche le storiche collezioni e il paleoambiente della val di Chiana oltrechè, tra un assortimento di capolavori vari, il Lampadario etrusco e l’enigma fascinoso della musa Polimnia, sorta di Gioconda piena di misteri maliosi.
E poi al museo diocesano si possono ammirare le innovative prospettive spaziali e le preziosità trecentesche del Beato Angelico insieme alle figure lineari e dinamiche di uno dei migliori allievi del divino Piero - della Francesca of course - ovvero Luca Signorelli, vero e raro “poeta in patria”. L’Annunciazione del Beato, beat ante - litteram nonchè Angelico, vi rapirà i sensi tutti. E perchè non fare una capatina nella chiesa di San Francesco fatta erigere dal cortonese frate Elia per vedere la tonaca, il vangelo ed il cuscino appartenuti al Santo d’Assisi?!
Cortona è bella, faticosa e ripida come l’itinerario della via crucis - rampa mistica tra il centro ed il suo culmine - affrescata in modo futurista da Gino Severini, figlio cubista di questa terra-madre fecondissima ed etrusca.
All’apogeo dell’ascesa, il corpo smunto e ieratico della santa Margherita patrona della città - dal centro dell’altare di questa basilica a lei dedicata - vi racconterà di tempi andati e di fede fortissima nel "dugento" e man, mano persa e smarrita, col trascorrere successivo dei secoli. E che balcone da quassù: la valle di Chiana e il lago Trasimeno vi appariranno come dipinti iperrealisti e vi ripagheranno dello sforzo. Eppoi, per gli amanti del passeggio nei boschi e della spiritualità, è consigliato, uscendo da Porta Colonia, l’itinerario tra cipressi, lecci, tigli, cedri, viti e ulivi, romitori ed edicole votive che vi condurrà ad una delle più belle oasi francescane: le Celle. Qui anche l’ateo convinto resterà turbato e, forse, si interrogherà più a fondo.
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Straordinaria Cortona frammento di diversità che sempre ha attratto artisti, scrittori e maître à penser vari. Henry James, George Dennis, Alberto Moravia, René Schneider, Francois Mitterand son venuti e hanno goduto e meditato in questo antico ed unico borgo che “si eleva tra i vigneti sull’erta di un colle e a distanza appare simile ad un quadro appeso ad una parete”. Arte e cultura, in questo sito di vaste energie positive, sembrano volersi emulare e sfidare nello sforzo teleologico di creare bellezza.
Mentre scrivo, trasognato la ripercorro a “vol d’oiseau”, e rivedo le etrusche e metafisiche mura, i pinnacoli svettanti e sereni e ritorno ai primi archetipi, al giardino segreto della memoria, all’infanzia del mondo, alla poesia ingenua e sentimentale.
C’è chi viaggia per evadere e liberare la mente; chi invece fa dell’andare una intensa attività, una ricerca appassionata e coinvolgente.
C’è chi cerca le palme ed i mari esotici per distrarsi, e chi ha bisogno invece delle provocazioni intellettuali che fan maturare e lievitare la speculazione filosofica e mentale per interrogarsi.
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martedì, 16 settembre 2008

In ricordo di Richard Wright

pink-floyd
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martedì, 16 settembre 2008

In ricordo di Richard Wright-ripubblico post del live 2/8/2006

prima del live di Gilmoure....estate scorsaCi sono delle date che rimangono scolpite nella memoria come se, un professionale scalpellino, le incidesse nel template cerebrale... o come se, una magica memoserina, agisse sulle sinapsi e sui  neuroni del ricordo: 2 AGOSTO 2006, PIAZZA SANTA CROCE- FIRENZE. E chi lo dimentica quel giorno, quel crepuscolo, quella serata! Io, Renzino dj, Luca Deep di  Pillo, Antonio Saccoccia, Giuseppe Liberatore, Mario di Loreto ci si avvia, di primo  pomeriggio, verso il cuore francescano della città del giglio. E a cagare le Laure, le Donatelle, le Letizie che han disertato, con scuse risibili. Benigni,per una sera, sospende la sua strabiliante "Lectura Dantis", e ci lascia campo libero qui dove gli alfieri del calcio storico se le dan di santa ragione, col pretesto d'un torneo medioevale che contesta e contende, agli inglesi, l'invenzione del calcio. Amici, siete mai stati in piazza Santa Croce, a Firenze? Uno spettacolo inenarrabile a parole. Qui Arnolfo di Cambio e il Vasari han dato il meglio di se stessi, erigendo l'incredibile architettonico. Qui riposano Ugo Foscolo, Michelangelo, Galilei e tanti altri. Dante, a latere, col suo sguardo di marmo sorveglia, e il Cimabue ligneo riposa, dopo il rimirar quotidiano d'occhi a millanta. In questo gotico stordente, fattosi facciata, Gilmour ha insistito per voler suonare;  proprio davanti la Cappella dei Pazzi e a pochi giorni dalla scomparsa di Syd, il "Crazy Diamond" dei Pink. Un caso? Ci credo poco!pink-floydpink_floydAlle nove in punto,  Richard Wright, tastiere e voce - Phil Manzanera, chitarra e voce - Dick Parry, sassofono - Jon Carin, tastiere, chitarra e voce - Guy Pratt basso e voce - Steve Distanislao, percussioni e voce e Gilmour danno inizio a un set memorabile e indimenticabile. Il gotico si trasmuta di colpo in psichedelico e il liuto delle feste medioevali si trasforma in Fender Stratocaster e Gibson Les Paul. Inizia un viaggio lisergico, tra classici suonati alla perfezione. Sono in forma i Pink e il tempo non li ha scalfiti per nulla. Arpeggiano il passato, il presente, l'avvenire....orchestrano rimembranze di momenti fantastici, qui dove le urne dei forti, richiamano e sottolineano la transitorietà dell'esistere. Ma la melopea dei Floyd è  imperitura, ve lo garantisco io. Nel 3003 li ascolteranno ancora gli  umani, prossimi venturi. E passi per "Time", per "Echoes", per "Confortably Numb",  per" Money", ma quando Gilmour e c. partono con le note di " Wish you were here", la commozione travolge la piazza che nasconde, dietro il buio illuminato stroboscopicamente, una furtiva lacrima...Syd appare e si materializza in tutta la sua rilucente schizofrenia, a far riflettere menti impuramente sane. Incubi ed estasi sonore avvincono la folla rapita. Si sta su queste tribune plebee, ma si vola alti, aggrappati al nylon di un mi cantino. pink5aE luci ed effetti piovono sulle nostre menti labili....e concetti e  parole sensate, fattesi rigo musicale, rimbombano nell'aere . Vasti orizzonti pentagrammatici da scolvolgimento para-lisergico ci si aprono davanti. Santa Croce fu la piazza   piu' toccata dall'acqua nel '66- in questa città che, in Santa Maria Novella, conserva,nel chiostro  verde, il Diluvio di Paolo Uccello, quasi una premonizione- ma stavolta ci regala una alluvione di note, per nulla deleterie...anzi! Che spettacolo, ragazzi! Che avventura della mente nella terra di Guido D'Arezzo, che la trascrizione musicale l'ha inventata...e quando il fluido rosa smette di scorrere, si rimane silenti e quasi sconvolti. Ma non c'è tempo da perdere...si va al Savoy, in piazza  della Repubblica, un cinque stelle dove i nostri dormiranno. S'arriva che c'è Gilmour al bar che non ne vuol sapere di voltarsi, nonostante i richiami sempre piu' numerosi e rumorosi...                                                il nostro scoop:Gilmour a distanza ravvicinata Maremma maiala! A un passo dal mito!! David, ettussèi uggioso come tutti gli abitanti dei piani alti dell'Olimpo musicale!.Ma qualcuno esce: è Steve Distanislao, il batterista: ci si fionda su di lui. Col suo visky  e palesemente barcollante, mi dice nel suo alcolico inglese:" Non immaginavo di essere diventato così famoso". Epilogo  dolceamaro di umani musicisti pieni di debolezze e fragilità che "on stage" rilucono poco.Forse non mi cambierei  mai con loro; ma le emozioni che mi han donato, a pieni barrè, annullano  dubbi ed aporie. Grandi vussiete Pink....grazie di tutto....vostro  poetarainer!     p.s. un saluto a Luca, Antonio, Mario, Zenone  che sicuramente mi leggeranno e si spera possano rivere, col mio scritto, l'emozione vissuta..Ciao!                                                                                                                            Santa_Croce_Gilmour                                                                                                                       

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martedì, 12 agosto 2008

La via dell'Amore - Armando Corsi

armando corsiChi mi conosce sa quanto mi piacciono le situazioni raccolte e intime e come io adori i musicisti veri e sostanziosi più che quelli che lavorano su effetti e campionatori, esistenti spesso solo per opera di mastodontici apparati pubblicitari, di creatori d’immagini, distribuzione e marketing. Non importa quanti dischi vendono, se son belli o abbiano le “phisiques du rôle” e quanto sono conosciuti in giro i musicisti che piacciono a me. Gli artisti di talento io li valuto solo dal carisma che hanno e dalla capacità di fondersi con lo strumento estraendone linfa musicale nutriente: i miei preferiti sono i musicisti che fanno della musica una ragione di vita e non già solo un “telos” economico:solo quelli caratterizzati da questa purezza di base d'approccio mi danno una energia salvifica e positiva. Per questo ieri l’altro mi sono regalato una serata speciale con un artista straordinario: un concerto tutto arrosto e poco fumo. In una terrazza affacciata e titillata dal mar ligure e scossa da veri treni che a distanza appaiono come trenini lego manovrati ad arte, nella prima di cinque mirabolanti terre, Riomaggiore, nel locale “A piè de mà”, ho assistito alla presentazione dell’ultimo disco di Armando Corsi, chitarrista per vocazione ipertalentuoso. Il disco si intitola – e poteva essere altrimenti? – “La via dell’Amore”.  Proprio in questo locale è stato registrato “live” nel giugno scorso. Tra poeti di passaggio, diplomati al conservatorio, allievi, amici vari e diapositive narranti un “curriculum vitae” visivo, coadiuvato da Yvonne Riccobaldi pr e proprietaria di questo panoramico bar-terrazza , Armando ha iniziato a secernere succo di nylon e a tessere una magica tela di accordi esoterici eppur chiari. Assistito da una formidabile tecnica e da una precisione e velocità d’esecuzione rare , Armando non suona mica...è lì a divinar sentenze d’oracoli di “mà” e saudade, di rimpianti edenici, interrogando con le dita  budelli in micantino e solmaggioresettimodiminuito, come un vero medium d’armonia. E si commuove davvero, il nostro chitarrista con la fisiognomica dell’uomo di mare navigato o del Picasso cubista sintetico e realizzatore di dipinte chitarre semiastratte, quando ricorda il compianto Bruno Lauzi con cui ha inciso la traccia “Sia benedetto il samba” poco prima della sua morte e apparsa nel precedente disco “Buena Suerte” (bellissimo). Pur in assenza della voce unica di Bruno, Armando con le corde rifà un percorso intimo col suo amico, una sorta di esplorazione chitarristica d’un paradiso ritrovato. “Fratello d’armonia” è la sesta traccia di quest’album che stasera qui vien disvelato - dedicata a Bruno . Fratello d'armonia era il nomignolo con cui l’anziano putto dalla voce angelica appellava il Corsi.
E scorrono immagini  vintage di premi chitarristici degli anni 60 e Armando ci racconta, con voce e chitarra, gli sforzi economici  dei suoi per comprargli gli attrezzi del mestiere e assecondare il suo talento. Intanto il clima è impregnato di orfici versi chitarristici di questo aedo con la chitarra. La luna sul mare controcanta e premia tanta tecnica e passione con immagini da cartolina non ritoccata, proprio come il nostro chitarrista senza orpelli e pose da divo. Natura e musica, a Riomaggiore, non bleffano mica: qui si realizza la simbiosi dell’essere senza l’apparire. Che virtuoso che è l’Armando e, come i veri “veri”, di una umiltà disarmante. Sembra segnato dall’imprinting del fumo, dello sciacchetrà, delle osterie di “Zena”, dove è nato come musicista. Uno che ha suonato con Fossati e Paco de Lucia sceglie un compagno di infanzia per un encomio per nulla accademico: un ricordo del nonno chitarrista che l’Armando gli evoca. Dopo una lunga elaborazione del lutto per la morte dell’avo e l’abbandono dell’ascolto della musica, Armando, come un vero taumaturgo settenotistico ridona la facoltà dell’ascolto all’orfano del nonno amato. Ed è un amico prete, certo Don Antonio di Bugliolo (Aulla), a ricordare lo spessore umano di Corsi ed il suo talento, dono del Signore... come se non stessimo assistendo ad un concerto, ma ad una agiografia parrocchiale resa con parole semplici e da curati di campagna.
Che spettacolo di semplicità! Mentre si levano alti sentori di bossanova, di Gilberto e Jobim, di tanghi ”made” Piazzolla, di Genova e d’Argentina, d’emigrazione e di “Se ghe penso” e ci sembra d’essere a Bahia,a Buenos Aires,  a Lisboa piucchè a Riomaggiore.
Come sempre straordinaria l’esecuzione sincopata della Bourrée di Bach richiesta da Rainer come bis.
Grande! Grazie Armando per la straordinaria serata di poesia chitarristica che ci hai donato.
Bravo, efficace, semplice e per nulla arzigogolato come la dedica sul disco che rileggo piùvvolte entusiasta ed interrogativo:
“Non serve la modernità, ma l’eternità.”
Essenza e centro senza rigirii...
Tu per me sei  e rappresenti, caro Armando,”Lo zen e l’arte di suonare la chitarra”.
Un vero miscuglio, una alchimia letterario-musicale.
A tutti gli amici di splinder regalo questa magica esecuzione di Armando Corsi:”Un uomo in frac"
Una mirabilia sonora! ! !
Ascoltare per credere
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mercoledì, 23 luglio 2008

Teatro romano di Fiesole: il racconto di un incanto musicale

Изображение 2455E così ci si ritrova di nuovo peripatetici, e si riparte...Noi che andiamo in cerca di estivi stupori, s'imbocca la strada che porta al Teatro Romano di Fiesole, per abbeverarci e farci avvolgere e redimere dalla aristotelica>
" funzione catartica della Musica".
Uno scrigno di verde e di luce questo teatro di Fiesole, un sito prezioso come un'isola amena circondata dal mare frenetico della superficialitá, un "hortus conclusus" separato dalle incombenze terrene e dai "cozzi aguzzi di bottiglia" esistenziali, un altipiano spirituale ed un proscenio che rimira boschi e monti sullo sfondo; Pian del Mugnone e l'Olmo, Montesenario e le Caldine.
Un paesaggio rarefatto che alimenta un tonico "mood" ed una malinconica aristocrazia del pensiero.
Sembra,questo,il luogo geometrico ideale della magia e della musica.
La potenza che il vuoto costruisce intorno al palco di parquet arabescato, é energia preparatoria per questa musica serale, vaga come l'infinito verde circostante.
Una sede naturale per un concerto jazz che "notoriamente é una musica ecologica e che ricicla molto altro materiale; una musica con tante altre musiche dentro".
E così alle 21,30 s'interrompe il tempo minuscolo delle nostre attese e i nostri quattro (Wayne Shorter – sassofoni, Danilo Perez – piano, John Patitucci - contrabbasso,Brian Blade - batteria)
che rappresentano l'unità del molteplice e la coesione delle mille differenze iniziano, chiassosi e reticenti, a tessere la loro tela, il loro mandala sonoro senza soluzioni di continuità.
Ci ritroviamo al cospetto di un fecondo delta jazz irrorato da quattro fertili affluenti spinti da correnti fluide che perpetuano la tradizione in un sincretismo redditizio pregno di sublimazioni.
Sonorità distese ed eteree ci avvolgono, suoni incisi e modellati sulla trasparenza del vento in una varietà inesauribile di intrecci; un ribollir di quinte e settime diminuite che producono una grammatica che a noi sembra pur nota e un lessico intellegibile, seppur rarefatto.Un moltiplicarsi di metafore musicali che scombinano e ricombinano patterns e suoni, fan lievitare tropi ed immagini incessanti nella mente. L'enologo che é in me immagina e si rappresenta questo concerto,per libera associazione,come la bontà del versare del vino nuovo in botti vecchie.
Nessuno può interrompere questa melopea geroglifica settenotistica, questi continui barlumi d'una lampada assidua, quest'ermetica somma di linguaggi innumerevoli, queste notturne vibrazioni asimmetriche eppur euclidee, questo caleidoscopio free e bebop, quest'ardente quietudine "cool".
Una musica velata d'una patina di mistero e di incanto che ci regala levità e allontana il presente.
E per noi, adepti del'orfico Campana "del tempo fu sospeso il corso".
Un quartetto, quello di Wayne, che sembra abbia bandito, dai suoi confini, l'applauso come mortale misura del tempo.
E ci si sorprende un po' quasi come davanti ad un estivo temporale' facendosi trasalire da intimi incantamenti, il primo scroscio fragoroso d' applausi dopo ben 50 minuti di concerto!!!
Con le loro capriole sonore barocche, i ditirambi espressivi, l' ebbrezza pagana frutto di feconda improvvisazione Wayne & c. ritrovano e ci fan partecipi recuperare una gioia smarrita.
Imboccano i vicoli del jazz gigioneggiando e ammiccando tra loro come in un gioco infantile foriero di sorprese e stupori.
Ed è bello, ogni tanto, avvertire l'aromatico profumo di menta peperita che, per ignote vie aeree, dall'apparente immota campagna circostante, fende aria e musica e si infila nei respiri del fraseggio settenotistico.
Sembra incenso che testimonia e certifica, nell'ora di compieta, questa profana liturgia dell'improvvisazione jazz.
Una liturgia segnata dal succedersi delle ance, dal battito forte del contrabbasso, dalle onde sonore che creano e delimitano questa arena privilegiata fatta di splendori d'ottone soffiato e di percettibili sprechi inauditi.
Ed é buffo Wayne il santone che officia; ogni volta che riaggancia il sax sembra abbia una ghirlanda d'oro che gli cinge il collo.
Stiamo bene in una gradevolezza eufonica e percettiva circonfusi dal lirismo, in una congruenza di stati emotivi evidente.
L'estasi colorata d'un bel "groove"e di una adorniana negazione del banale é vicina e quindi, com'é logico per noi umani, tutto ha fine.
Solo due bis regalano i nostri a noi che, sugli spalti, siamo ancora avidi di bellezza musicale.
Anche il suono, come la parola detta e il transito terrestre é soggetto,purtroppo, alla transitorietà.
Un grazie al drumming enfatico ed efficace di Brian Blade, alla forte pulsione sincopata del contrabbasso di John Patitucci, alla tavolozza di colori del piano di Danilo Perez e a Wayne Shorter ieratico officiante di mantra d'ottone rilucenti.
Paesaggio, linguaggio,rito e mito ovvero gli elementi della felicità eran stasera ben presenti e quindi
é dura tornare alle cose usate e trite. Ma la degustazione gratuita d'un chianti classico "gallo nero" con servizio di sommelier, ci aiuta ad attenuare l'impatto e ci dona rossa e densa  forza.
E' risaputo che il valore delle cose risiede nel nostro modo di viverle ed osservarle: questo che avete appena letto (si spera)
é il modo di Rainer.
Ciao sorrisi di lontananze ignote!
Wayne Shorter – sassofoni                                                                      Rainer
Danilo Perez – piano                                                                                Oleksandra
John Patitucci - contrabbasso                                                                 Renzo
Brian Blade - batteria                                                                                Dona
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sabato, 31 maggio 2008

Sms siciliani

Tempio della Concordia"Agrigento: cena da PerBacco  in vicolo "Lo Presti",
 un budello edificato retrostante  via Atena.
Pesce  spada e  vino bianco  di Altavilla della Corte-grillo-(che spettacolo!!!)
Forse Luigi Pirandello giovane ha mangiato qui o, quantomeno, ha attraversato queste viscere cementificate del centro storico..
Domattina la "Valle dei Templi" ci attende..
Per Giove,
che goduria!!!!
Minkiaaaaaaaaa!!!!la valle dei  templi

Dopo la "Valle dei Templi" diurna (iperemozionante),
siamo ora all'inaugurazione di  una mostra di uno scultore americano
(G.Wyatt-Empedocle)
al museo archeologico di Agrigento (splendido).
A seguire:
"La Traviata" di G. Verdi..
Minchia, kevvita!!!
è  un po' che la sognavo!
Arte (declinata in tutte le sue forme)
eventi, provocazioni ed elucubrazioni intellettuali...
Il  tutto bagnato da  un "Alcamo" delizioso assai..
Dionisiacamente, godo!!
Anzi, godiamo!!!giardino Kolymbetra- Agrigento
Sortiti dal "Tertulia" caffè-libreria
dopo un tè, un rosolio al mandarino e
"Un nuovo repertorio dei pazzi di Palermo",
siam stupiti davanti all'opima magnificenza del Teatro Bellini:
una piazza  straordinaria e carica di feconda energia ci  ospita.
Trovo ricca di provocazioni estetiche barocche questa città vulcanica e quindi etnea..
Non hai ancora capito
dove siamo?
Ebbè, Catania è il nostro approdo trinacrico odierno:
una sciccheria  sicula d'evidente  e irresistibile magnetismo..Изображение 2434

Giornata meteo ciclotimica:
piove ora sul nostro andare circumetneo.
Siamo nella pausa pranzo a Randazzo,
bel centro edificato con roccia lavica e col selciato urbano lastricato di polvere vulcanica nera, fresca d'ultima eruzione.
880 m sul livello del mare.. sullo sfondo,
innevato ed imperioso s'erge lapillico ed imperscrutabile l'Etna.
Mille idee e progetti m'abitano..
m'avverto più fertile e vulcanico del solito e mi vedo più bello ed orientale:
un fico d'india!!!Chiostro  della chiesa  della Magione-Palermo

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categorie: arte
lunedì, 05 maggio 2008

M'URGE: un racconto





Prosegue la nostra erranza lungo sentieri di bellezza, seguendo gli estri e una mappa del tutto personale.
Itinerari, i nostri, dalla forte valenza antropologica, ma anche un modo di interpretare il transito terrestre e il viaggio; un movimento continuo come umane falene attratte dalla riflessione luminosa, provocata dall'intelligenza degli avi, fattasi traccia edilizia.
Stavolta siamo stati ospiti del caro amico Marco Pugliese, nel laboratorio della pietra delle Murge ovvero l'incantevole Alberobello.Изображение 2357
Avete mai dormito in un trullo?  Una esperienza davvero singolare; rimirare, da presso, questa mirabolante costruzione, realizzata a secco e quindi senza malta legante, applicando inconsapevoli principi di geometria e di sfida alle leggi di gravità, ci fa appartenere e condividere esperienze evoluzionistiche architettoniche.
In un trullo ci si sente darwiniani della pietra; come se si facesse propria una tappa (da protagonisti) del cammino dell'uomo, costruttore del suo habitat e non solo.
Come se la fatica ed il pensiero dei nostri progenitori gravasse su di noi rendendo, per comparazione, più leggero il nostro approccio a un mondo decisamente più abbordabile per quanto riguarda almeno la parte pratico-materiale.>
Rivolgere lo sguardo verso la cupola "iglooica" della nostra camera è come esser dentro un grembo pietroso, "un'alma mater" che ci mostra e ci spiega la statica e la geometria "ab ovo".
Questi piccoli spazi conoidali e questa pietra ci erudiscono -noi umanisti poco algebrici- in un corso accellerato di  "Scienze delle costruzioni" o di "Analisi  matematica" e ci permettono un'anamnesi dello spazio abitativo.
Muratori alberobellesi con la "Quinta elementare" assemblatori provetti di leggi statiche interconnesse con quelle geometriche, han realizzato perfette linee curve e clima molto Lamè:(x÷a)º+(y÷b)º=1
che mi fa sentire compartecipe del teorema di Godel, mai compreso appieno, ma risaputamente importante ed esiziale.
Dormire in un trullo, per certo, matematizza i vostri sogni che si fan carichi di iperboli, di parabole, di ascisse ed assi eliotermici...
e tonifica la parte razionale della mente che si fa logico-matematica, precisa..
Un trullo è sforzo euclideo ed accademia della pietra affabulatrice; è assenza di contrasto e relativizzazione delle umane tensioni.
Questa morigeratezza spaziale conica è semplicità arzigogolata e grazia edificata senza pretenziosità e smancerie.
E che spettacolo, dalla piazza principale di Alberobello, vedere le schiere di trulli superstiti –perchè molti ne son stati abbattuti, purtroppo- dell'aia piccola e del rione monti in gruppo numeroso, farsi fotografare pazienti e simmetricamente bendisposti.
Ma la nostra vacanza nelle Murge baresi prevede anche escursioni nella rosso-sangue e fertile campagna.Изображение 2409
Ed è cosi che ci siamo avviati per tratturi custodi di fiumi carsici ed acquedotti, ed imbattuti in rare piante di carrubo, in boschi di lecci in lontananza , in bellissimi asfodeli, ulivi secolari , orchidee  a millanta, e abbiamo avuto incontri ravvicinati con la maestosità verde e sacrale della "Quercia Fragno" , carica di una energia incommensurabile.Изображение 2429
Rigogliosa natura, armoniosamente delimitata ed incasellata dai muretti a secco che rappresentano il sigillo umano su questo spicchio di eden pugliese.
Edilizia per edilizia, come perdere i vicini e intriganti "Sassi di Matera".
Vento, pioggia, freddo han fatto diventare una "Via crucis" il nostro periplo dei sassi .Questo paesaggio, evidentemente così biblico e cariatide della sofferenza umana, ci ha reso la pariglia a noi turistelli  goderecci: una specie di nemesi da parte di chi qui dimorava, in vani scavati nella roccia e si scaldava con l'alito dell'asino, amico e coadiutore umano giornaliero.
Nonostante l'inverno fuori stagione, una vera emozione coglie  e permane alla vista dei Sassi che resta ricordo indelebile di un tempo che fu.Изображение 2449
E sia benedetta la Madonna di Idris , incredibile rupestre chiesa che ci ha donato riparo e ci ha scaldati e ridato colore con le sue pitture murali realizzate nelle viscere della montagna!
E  si va verso il sole levantino: Bari vecchia ci aspetta con le sue case addossate l'una all'altra come a farsi forza e a imbastire un dedalo, labirintico ed inestricabile.
Ma l'intricata matassa di cemento si dipana e ci appare, chiara maestosa e al sapor di salsedine, la cattedrale di San Nicola. Изображение 2564
Oggi inizia la festa del patrono e si partecipa ad una delle più incredibili processioni per i meandri della casbah barese insieme a migliaia di fedeli oranti al suon della banda: seguono
pii la statua del santo che, un abile serpeggiamento dei portatori, rende  artatamente benedicente senza soluzione di continuità.
Un grazie a San Nicola,  a Marco, Mimmo ed Erminia, Cosimo e Teresa, ad Angelo e MariaTeresa , Pasquale Rosa  Vita ed Angelo, Vito e Costanza, Nino e Donatella genuini, gentili
e cari amici pugliesi.Изображение 2412

Un arrivederci ai trulli, ai sassi e alla straordinaria flora tutta!



postato da poetarainer alle ore 21:48 | link | commenti (9)
categorie: arte